TESTIMONIANZE
DEI GRANDI PENSATORI SULL'ESISTENZA DI DIO
PREMESSA
Il pensiero grandi pensatori dell’umanità e le
testimonianze di eminenti scienziati vengono raccolte da Alberto
Farges, dottore in filosofia, nell’aureo volume l’idea
di Dio (con sottotitolo “La ragione e la scienza”).
Nel capitolo 4° intitolato “Controprova dedotta dal
consenso universale”.
Ci siamo permessi di riportarlo quasi integralmente introducendo
semplicemente alcune modifiche lessicali sulla traduzione del
1902.
Ci siamo permessi di aggiungere una piccola pendice dedicata
all’atteggiamento religioso di quel genio universale che
ha nome Leonardo Da Vinci.
Ovviamente viene a mancare la sequela di pensatori e di scienziati
che si sono espressi a partire dall’inizio del secolo
scorso. Una ricerca ed una esposizione che non ha fine e che
ci proponiamo di completare in qualche modo attingendo all’interminabile
scaffale di libri e pubblicazioni su un tema che è ancora
al centro di una riflessione che è scientifica, oltre
che religiosa.
I
FILOSOFI GRECI
Interroghiamo prima di tutto i grandi pensatori della Grecia,
la terra classica delle lettere, delle arti, della filosofia,
delle scienze esatte e naturali.
Senofane e Anassagora
Fin dal primo risvegliarsi della riflessione filosofica, noi
vediamo l’idea della divinità, che una mitologia
poetica e popolare aveva ridotto in frammenti, riconcentrarsi
nella sua unità essenziale. Senofane, fondatore della
scuola d’Elea, combatte l’antropomorfismo politeista
e dimostra, come osserva Aristotele(1), l’unità
di Dio sia dall’unità della natura, sia con un
argomento a priori. Ma il suo linguaggio che risente talvolta
del naturalismo panteistico, cioè, un politeismo mascherato,
rappresenta più che una rottura netta con quest’errore
una transizione verso il monoteismo attestato da Assapora, da
Socrate, da Platone e da Aristotele. Qui il vero spiritualismo
appare nettamente e corrisponde con l’apogeo della civiltà
greca.
Socrate
Socrate è giustamente considerato il fondatore del monoteismo
filosofico: unità e personalità divine, provate
specialmente con l’argomento della contingenza e delle
cause finali; provvidenza universale e anche provvidenza particolare
che s’interessa della sorte degli individui, necessità
della preghiera specialmente per il bene dell’anima; immortalità
dell’anima e sanzione per il vizio e la virtù;
tutte queste idee fondamentali sono formulate da Socrate.
A noi basti citare questo bel passo di Senofonte (2):
Ecco il colloquio che un giorno, in mia presenza, Socrate ebbe
con Aristodemo sulla divinità. Sapeva che Aristodemo
non sacrificava mai agli Dei e che anche beffava le pratiche
religiose. Aristodemo, gli disse Socrate, vi sono uomini di
cui ti ammiri il talento e la sapienza? – Senza dubbio
– Quali sono? – Io ammiro soprattutto Omero nella
poesia epica, Sofocle nella tragedia, Policleto nella statuaria,
Zeus nella pittura. – Quali artisti trovi più ammirabili,
quelli che fanno figure spoglie di pensiero e di movimento,
o quelle che producono esseri animati, dotati della potenza
di pensiero e di agire? – Senza dubbio quelli che creano
esseri animati, se però questi esseri sono l’opera
dell’intelligenza e non del caso. – Tra opere la
cui destinazione non appare in nessuna maniera e quelle il cui
fine e l’utilità è manifesta, quali riguardi
come l’effetto d’una causa intelligente e quali
come il prodotto del caso? – E’ chiaro che bisogna
attribuire a un’intelligenza quelle che hanno un fine,
una vera utilità. – Non ti sembra che quello che
creò gli uomini all’origine ha dato loro gli organi
perché son loro utili, gli occhi per vedere, le orecchie
per sentire? Avremmo noi il senso del dolce e dell’amaro,
se noi non avessimo l’organo della lingua? Non è
un’attenzione della Provvidenza l’aver munito i
nostri occhi di palpebre capaci di aprirsi, di chiudersi al
bisogno, di aver collocato le ciglia, le sopracciglia per proteggere
questi occhi delicati? Non è anche un’opera provvidenziale
che i denti anteriori siano fatti per trinciare, i molari per
tritare ecc. Tutte queste disposizioni così bene prese,
le attribuirai tu al caso o a qualche disegno? – Io vedo
bene che considerando così, esse parrebbero l’opera
d’un artista intelligente. – Similmente per questi
esseri senza numero che ci circondano: io ti domando, credi
tu che una causa cieca abbia potuto disporli nell’ordine
in cui noi li vediamo? Forse, disse Aristodemo; perché
io non vedo in essi la causa che li dirige, come io vedo gli
autori nelle nostre opere d’arte. – Ma tu non vedi
neppure l’anima che dirige e domina il tuo corpo; puoi
concluderne che tutto nella tua persona si faccia a caso, senza
giudizio, senza disegno?. Qui Aristodemo, messo tra l’uscio
e il muro, tentò una deviazione; non osò più
negare l’esistenza di un Dio, ma aggiunse: “Caro
Socrate, io non disprezzo la Divinità, ma la credo troppo
elevata perché essa possa aver bisogno del mio culto”.
– Ma precisamente, quanto più la sua grandezza
si degna prendere cura di noi, tanto più tu devi onorarla.
(3)
Platone
Platone aveva ben ragione di gloriarsi d’essere stato
discepolo d’un così grande maestro, ma l’ha
superato con il magnifico sviluppo dato al suo stesso pensiero
e con l’apporto delle stupende intuizioni del proprio
genio. Questo filosofo impiega già il vero processo scientifico
della ragione per elevarsi a Dio.
Egli prende le cose create per punto di partenza. Il finito
è, infatti, il punto d’appoggio del nostro slancio
razionale, che ci eleva verso l’infinito.
L’argomento delle cause finali si trova svolto nel Timeo
e nel Fedone (4); la prova della contingenza o dalla causa efficiente
si trova ugualmente formulata in un gran numero di passi. Platone
si è servito delle prove cosmologiche per arrivare all’esistenza
di Dio. Si è appoggiato specialmente sulle prove psicologiche
e morali, particolarmente su quelle che si possono dedurre dalla
natura, dall’origine delle idee e dalle aspirazioni della
nostra anima. Queste prove convenivano a meraviglia alla natura
del suo genio. “Vi è -dice- al di là della
scienza, l’Essere stesso e la stessa verità che
danno alle cose la loro verità, e agli spiriti la forza
di conoscerle, e vi sarebbe al di là della scienza, la
visione lontanissima di questo stesso Essere, ch’è
il bene sovrano (5)”. Se la scienza e la verità
sono belle, la loro sorgente è ancora più bella.
Le idee necessarie ed eterne sono immagini e riflessi del bene
sovrano.
“Alla vista di questi fantasmi divini e di queste ombre,
chi può giudicare che esse siano prodotte da un sole
corrispondente (6)?”. “Vi è dunque qualche
cosa di bello, di buono e di grande per sé stesso; per
me non trovo nulla così evidente, quanto l’esistenza
del Bello e del Buono”. Notiamo che questo Dio di Platone
non è un’idea astratta, ma un vivente assoluto,
intelligibile e perfetto, il vivente che è, e nel quale
si trovano le idee. Egli ha prodotto tutto il mondo.
“Al nome di Dio -grida questo filosofo- ci si persuaderà
facilmente che Colui il quale è assolutamente, non ha
né il movimento, né la vita, né l’anima,
né il pensiero; che egli è inerte e privo dell’augusta
e santa intelligenza? Diremo che ha l’intelligenza, ma
che non ha la vita? Diremo che ha l’una e l’altra,
ma non ha personalità? Diremo che è personale,
intelligente, vivente, ma inerte? Tutto ciò sarebbe assurdo”.
Ricordiamo anche la sua bella prova di Dio dalla voce della
coscienza, o ciò ch’egli chiama il senso divino,
e queste belle parole che mette in bocca a Socrate. “V’è
una voce divina che mi parla… Questa voce s’è
fatta sentire a me dopo la mia infanzia… Questa voce è
quella di Dio che mi comanda di vivere cercando la sapienza
e la conoscenza di me stesso… Io devo dunque obbedire
a Dio piuttosto che a voi, o Ateniesi(7)”.
A Platone si deve l’onore d’aver per primo messo
in luce quell’elemento innato, voce della coscienza, attrattiva
del sommo bene, genio divino, o senso divino, che porta verso
Dio, l’anima pura, spoglia di passioni, e d’aver
formulato questo precetto, semplicemente sublime, che noi dobbiamo
andare a Dio non solo col ragionamento, ma con l’anima
tutta intera (8).
Aristotele
Questa teodicea di Platone si ritrova intera nelle opere di
Aristotele, ma svolta sotto un punto di vista più scientifico
e più rigoroso. Aristotele era uno scienziato, nel senso
moderno della parola; il suo genio osservatore e ragionatore,
ancora più che intuitivo, gli ha fatto preferire le prove
cosmologiche che partono dal sentimento o dell’idea; ma
la sua dottrina e le sue conclusioni sono in fondo le stesse.
Si è voluto vedere tra loro una differenza di metodo;
Aristotele che prova Dio per via induttiva, mentre Platone l’avrebbe
scoperto per via deduttiva, ma questa osservazione non è
più esatta: l’uno e l’altro s’innalzano
a Dio col principio di causalità non mai con quello di
identità. Il loro metodo è dunque induttivo e
per nulla deduttivo e geometrico. Uno rende l’idea di
Dio attraverso il dialogo e la poesia; l’altro la formula
freddamente col rigore e la precisione che conviene alla scienza;
si può anche dire che, per Aristotele, l’idea di
Dio è la risultante e come l’idea finale di tutto
un vasto sistema scientifico, le cui grandi linee formano anche
la base della scienza moderna. A lui non dobbiamo la prima dimostrazione
completa e scientifica dell’esistenza di Dio dal movimento
che occupa quasi tutto l’8° libro della sua Fisica.
A lui specialmente dobbiamo la conclusione che ne deduce sulla
natura di Dio, che è un atto puro, non includente alcuna
potenza, né alcun divenire, ma la pienezza attuale dell’essere
(9). Ci basta ricordare qui il suo accordo con Platone, perché
tutti i geni di primo ordine sono d’accordo su questo
punto fondamentale, anche se essi non parlano lo stesso linguaggio
e possono sembrare in disaccordo.
A questo proposito Cicerone osserva:
“Tra l’Accademia e il Portico non v’è
qui che differenza di parola”. (10)
Cicerone
Sarà bene sentirlo ragionare la sua fede nell’esistenza
di Dio.
“Quale uomo -ci dice- vedendo i movimenti del cielo, la
disposizione regolare e costante degli astri e i loro rapporti
armoniosi, potrebbe negare che tutto vi avvenga con ordine?
Quando noi vediamo una sfera, una macchina muoversi per indicare
le ore, non dubitiamo ch’essa sia l’opera di un
artista dotato d’intelligenza; quando si tratta dei movimenti
del cielo, si costanti, si bene ordinati, potremmo dubitare
di più che siano regolati da una ragione eccellente e
anche divina?” (11). “Alla vista di questi movimenti
degli astri così costanti, così bene ordinati
il filosofo deve comprendere che v’è in cielo un
padrone, un governatore, l’architetto della magnifica
opera che noi contempliamo” (12).
Cicerone confuta in seguito la teoria del caso e degli atomi,
con l’argomento delle 24 lettere dell’alfabeto,
che, gettate a caso sono incapaci di formare gli Annali di Ennio
: “Se la coincidenza degli atomi può formare il
mondo, perché non forma mai case, tempi, città?
Sarebbe meno difficile e molto meno complicato”. L’argomento
della voce della coscienza e la necessità dell’ordine
morale non è stato svolto con meno efficacia. “Vi
è -dice Cicerone- una legge sempre retta, comune a tutti
popoli, costante, eterna, che comanda d’osservare, il
dovere, che proibisce la frode e l’ingiustizia. Nessuno
può abrogare questa legge, nessuno può abolirla.
Né il Senato, né il popolo possono dispensarne
ed è essa stessa che si spiega e s’interpreta.
Non è una a Roma, un’altra ad Atene, in un modo
qui, e differente altrove. Sempre una, immutabile, in tutti
i tempi e in tutti i luoghi; si impone a tutti. E’ Dio
che parla e comanda per essa, Dio n’è l’autore,
il legislatore, chi la viola agisce contro la stessa natura
dell’uomo, e subirà pene gravissime per questa
violazione, anche quando sfuggisse in apparenza alle vendetta
delle leggi” (13).
Galieno
Due secoli dopo Cicerone, il più grande scienziato naturalista
apparso dopo Ippocrate, terminava la sua grande opera De Usu
partium con questa magnifica professione religiosa: “Mi
sembra che scrivendo queste linee io abbia composto un vero
inno in onore di Colui che ci ha fatto e stimo, che la pietà
solida non consista soltanto nel sacrificargli ecatombe, ma
nel far conoscere agli altri la sua sapienza, la sua potenza
e bontà e nel mostrare come Egli ha messo tutte le cose
nell’ordine e nella disposizione più convenevole
alla loro mutua conservazione; perché far sentire a tutta
natura i suoi benefici, è dare prova d’una bontà
ch’esige da noi un tributo di lode”.
Dopo un esame anatomico dei muscoli e del loro meraviglioso
meccanismo nelle membra umane, questo stesso scienziato scriveva:
“Se ciò non ha altra causa se non il caso, dove
si troverà un’opera fatta con arte, con disegno?”.
E’ sempre il grido di ammirazione che ogni scienziato
dovrebbe lasciarsi sfuggire a misura che lo scalpello e il microscopio
gli fanno vedere più da vicino i dettagli infiniti di
questa meraviglia.
Se dai sapienti del paganesimo noi passiamo ai Padri della chiesa
e ai grandi dottori del medio evo, noi riscontreremo testimonianze
innumerevoli, che ci sarebbe impossibile riassumere in poche
pagine.
Ne citeremo qualcuna tra le più celebri.
Tertulliano
“Fin dall’origine -scriveva Tertulliano- il Creatore
s’è rivelato nello stesso tempo che la sua opera,
la quale ha precisamente il fine di far conoscere Dio. Né
pensiate che la conoscenza di Dio sia nata col Pentateuco…
La grande maggioranza del genere umano non aveva mai inteso
parlare di Mosè e meno ancora dei suoi libri, e tuttavia
conosceva il Dio di Mosé, anche quando essa era dominata
dalle tenebre dell’idolatria. Essa lo distingueva dai
suoi idoli, lo chiamava Dio col nome che gli è proprio,
o il Dio degli Dei; essa manifestava la sua gloria con locuzioni
di questo genere: Se Dio l’accorda; se piace a Dio; io
mi raccomando a Dio…”. I libri di Mosè non
vi hanno a che fare. – L’anima è anteriore
alla profezia, perché la coscienza è la dote originale
dell’anima. Essa non varia, ma è la medesima in
Egitto, in Siria, nel Ponto. Tutti vedono nel Dio degli Ebrei
il Dio dell’anima. Dio ha le sue testimonianze; ha per
testimoni tutto ciò che noi siamo e il mondo in cui viviamo”.
(14) Ma il grande apologista ha soprattutto riconosciuto Dio
nella bellezza della natura, che egli celebra con rara magnificenza.
“Se ti viene offerta una rosa -dice a Marcione- tu non
oserai più disprezzare il Creatore.. Prendiamo ciò
che v’è di più infimo: un umile fiore, non
dico del prato, ma della siepe; la conchiglia d’un mare
qualunque, come quella del Mar Rosso; l’ala del più
insignificante uccello, come il magnifico ornamento del pavone,
ti mostrano essi nel Creatore un autore disprezzabile?”.
(15)
S. Clemente
di Alessandria
Clemente di Alessandria, il capo della famosa scuola d’Alessandria,
che ha gettato un così vivo splendore nel mondo delle
lettere e della filosofia, ci ha lasciato una bella enciclopedia
delle scienze divine e umane, dove dimostra l’accordo
della ragione e della fede. Insiste con forza sulle prove psicologiche
e morali, che piacevano al suo genio contemplativo. –
“Tutti gli esseri hanno naturalmente, e senza che si insegni
loro, qualche sentimento dell’esistenza del loro padre
e Creatore comune… L’idea del Dio unico e onnipotente
è sempre esistita nelle menti rettamente pensanti per
una manifestazione naturale”. (16)
S. Agostino
Queste prove piacevano anche al genio intuitivo di S. Agostino.
“Dio è il centro di ogni sussistenza, la ragione
di ogni conoscenza, la regola d’ogni buona vita”
(17).
“Le verità sono intangibili solo perché
sono illuminate da un altro sole che è il loro”
(18). Queste massime riassumevano per lui la teodicea platonica.
Ma ci sbaglieremmo in modo strano se si credesse che egli disdegnava
le prove cosmologiche che talvolta ha meravigliosamente svolte
dando loro la priorità.
“Interrogate la bellezza della terra, interrogate la bellezza
del mare…, interrogate la bellezza del cielo…, interrogate
gli animali, le anime nascoste, i corpi che si vedono, gli esseri
visibili che sono governati, gli esseri invisibili che governano,
interrogate queste cose, e queste cose vi risponderanno: Vedete,
noi siamo belle! La loro bellezza, ecco ciò che proclamano.
Chi ha fatto queste bellezze svariate se non una immutabile
bellezza? I filosofi sono poi venuti all’uomo, per poter
sentire e conoscere Dio, Creatore dell’universo, e nell’uomo
hanno esaminato insieme il corpo e l’anima…: e hanno
trovato che nell’uomo stesso l’anima e il corpo
erano mutevoli. Il corpo cambia per l’età, per
la corruzione, per gli alimenti, per ciò che riceve,
per ciò che prende, per la vita, e per la morte. I filosofi
hanno trovato che anche l’anima era mutevole; ora vuole,
ora non vuole…ora ignora, ora s’innalza alla sapienza,
ora si lascia andare alla follia… Essi sono passati oltre,
perché hanno cercato qualche cosa d’immutabile.
Così sono arrivati a conoscere Dio che ha fatto queste
cose, dalle cose che ha fatto” (19).
S. Anselmo
S. Anselmo cerca di veder Dio nello specchio delle anime, anziché
in quello delle creature sensibili. “E’ evidente
-scrive questo santo Dottore- che questa sovrana natura, non
si può vedere in sè stessa, e che non si può
vedere che per intermediario; ma è certo che ciò
che può meglio elevarci fino alla sua conoscenza, è
la vista dell’essere creato che gli somiglia di più.
Si può dire dell’anima, con tutta sicurezza, che
essa è per sé stessa uno specchio, dove vede l’immagine
di Colui che non può contemplare faccia a faccia”
(20).
E termina l’opera sua filosofica con questa ammirabile
conclusione: “Hai tu trovato, anima mia, tutto ciò
che cercavi? Tu cercavi Dio. Tu hai trovato che Dio è
tale essere che non se ne può pensare uno maggiore; esso
è la stessa vita, la luce, la sapienza, la bontà,
la beatitudine eterna, la felicità eterna; che esso è
tutto ciò dovunque, sempre… Veramente, Signore,
è una luce inaccessibile questa luce che voi abitate;
e niente può penetrarla fino a vedere voi stesso. Io
dunque non la vedo: essa mi supera; non v’è proporzione
tra essa e me; e tuttavia vedo per essa tutto ciò che
vedo, allo stesso modo che il mio debole sguardo vede la luce
del sole tutto ciò che vede, quantunque non possa guardare
la luce dello stesso sole” (21).
S. Tommaso
S. Tommaso ha edificato, per così dire, tutta la dottrina
filosofica sull’esistenza, la natura e gli attributi di
Dio, nella sua somma contro i Gentili e nella sua Somma teologica,
due monumenti incomparabili, d’una “densità
metallica”. Tutte le obiezioni antiche vi si trovano lealmente
esposte e confutate con metodo e rigore scientifico. Crediamo
che sarà difficile aggiungere qualcosa di essenziali
alla sua opera. L’opera di S. Tommaso, essendo densa di
pensieri e anche di testi di questo angelico Dottore, noi crediamo
sia inutile insistere sulla sua importante testimonianza in
favore dell’esistenza di Dio e quindi passiamo a quella
dei più illustri scienziati dal sec. XVI al XVIII.
Copernico
Copernico (1473-1543) era un sacerdote pio e caritatevole, oltre
ad essere uno scienziato di primo ordine. Il pensiero della
Sapienza del Creatore gli ha fatto sospettare la falsità
del sistema astronomico di Tolomeo e l’ha guidato nella
grande riforma scientifica che ha immortalato il suo nome.
“La sapienza di Dio è così grande che dimostra
la falsità del sistema astronomico del precedente sistema”
(22).
Galileo
Galileo (1564-1643) ha aderito alla dottrina di Copernico per
la stessa ragione e conserva alla base dei suoi lavori il pensiero
religioso, stimando che i progressi dell’astronomia non
possono che accrescere nella nostra anima il sentimento d’adorazione
verso il Creatore del mondo. (23)
Bacone
Bacone (1560-1626) malgrado tutte le sue inconseguenze, è
uno spirito profondamente religioso: la sua grande opera Instauratio
magna, comincia con la preghiera e si è composto un volume
intero dei suo pensieri. Di lui si citano spesso queste belle
e profonde parole: “Un po’ di filosofia naturale
porta gli uomini verso l’ateismo; ma una filosofia più
profonda li riconduce alla religione. Infatti, l’intelligenza
umana finchè esamina le cause seconde nel loro isolamento,
può arrestarvisi e non andare più in là;
ma quando essa s’innalza alla contemplazione del legame
stretto che le raduna e le riunisce, l’è necessario
di ricorrere all’idea della Provvidenza divina”.
(24)
Descartes
Descartes (1596-1650) avrebbe commesso meno gravi errori, se
avesse sottoposto umilmente la sua ragione al controllo dell’esperienza,
secondo il consiglio di Bacone; ma non si può dubitare
dei sentimenti religiosi che ha professato durante la sua vita,
anche negli scritti scientifici e in una maniera sorprendente
in punto di morte. Piuttosto gli si può rimproverare
certe esagerazioni, per esempio, quando fa della credenza nella
veracità divina, la base necessaria della certezza filosofica,
e quando stabilisce i suoi principi di meccanica, a priori,
sulla natura e attributi di Dio. (25)
Klepero
Sintetizzando le due tendenze contrarie di Descartes e di Bacone,
Klepero (1571-1630) resta fedele all’idea di Dio, dove
trova il principio e lo slancio della sua ricerca scientifica.
Per lui la scienza consiste nel “ripensare i pensieri
del Creatore” e a cercare nella natura l’unità
di questi pensieri. “Felici -grida Klepero- quelli cui
è stato dato d’elevarsi verso i cieli!... E’grande,
nostro Signore! Cielo, sole, luna pianeti proclamate la sua
gloria, con qualsiasi linguaggio, col quale voi potete esprimere
le vostre espressioni! Proclamate la sua gloria, armonie celesti…
E tu, anima mia, canta la gloria dell’Eterno durante tutta
la mia esistenza”. (26)
Newton
Il grande Newton non disapproverà questo linguaggio.
La grande scoperta dell’attrazione universale non fece
che aumentare nella sua anima l’ardore della sua fede
in un Dio unico e sovranamente saggio. Riducendo a una legge
unica le tre leggi astronomiche di Klepero, egli fece fare alla
scienza un passo immenso nella via dell’unità e
della semplicità. Ora, dice, “non è forse
una prova che noi ci avviciniamo a Dio, a misura che arriviamo
a leggi più semplici e più generali?” (27).
Perciò con un atto di fede egli termina i suoi Principi
Matematici, gridando: “Un Dio senza sovranità,
senza provvidenza e senza scopo nelle sue opere, non sarebbe
che il destino o la natura. Ora, da una necessità metafisica
cieca, che è dovunque e sempre la stessa, nessuna variazione
potrebbe nascerne. Tutta questa diversità di cose create
secondo i luoghi e i tempi, che costituisce l’ordine e
la vita dell’universo, non può essere prodotto
che dal pensiero e dalla volontà di un essere che sia
l’Essere per sé stesso e necessariamente.”
(28)
Leibnitz
Leibnitz il più grande dei matematici e filosofi tedeschi
del sec. XVII, è stato guidato dalle stesse idee. Ci
dice lui stesso che la sua grande scoperta matematica del calcolo
differenziale è stata attinta “alla sorgente filosofica
più profonda” (29) e tutte le spiegazioni delle
leggi della natura sono riferite dell’idea di Dio: “Queste
leggi -scriveva- non dipendono dal principio della necessità,
come le verità logiche, aritmetiche o geometriche, ma
dal principio della convenienza, cioè dalla scelta della
saggezza. Ed è una delle più efficaci e delle
più sensibili prove dell’esistenza di Dio per quelli
che possono approfondire queste cose” (30). La sua famosa
teoria dell’armonia prestabilita non è che un’esagerazione
del suo sentimento profondo dell’azione di Dio nel mondo.
Bossuet e Fènelon
Verso la medesima epoca, due geni di tempra differente, ma egualmente
religiosi, Bossuet e Fènelon, ci davano due magnifici
trattati dell’esistenza di Dio. Fènelon svolge
soprattutto le prove popolari tratte dalle maraviglie del mondo.
Egli lo fa con una perfetta lucidità, con un’eleganza
rara e anche con un’abbondanza di sentimenti teneri ed
elevati che fanno di questa lettura l’equivalente di una
preghiera. Bossuet, nella Conoscenza di Dio e di sé stesso,
riprende la stessa prova, ma con svolgimenti scientifici molto
più profondi.
Egli si indirizza ai dotti che trovano, infatti, il suo lavoro
molto superiore a tutto ciò che era apparso fino allora.
La sua descrizione delle “Meraviglie del corpo umano”
fu soprattutto notata, e il cardinale de Beausset ci ha dato
il segreto di questa scienza rivelandoci che il Vescovo di Meaux
s’era fatto il discepolo del celebre anatomista Duverney
che dava conferenze alla corte di Luigi XIV. Nessuno ha parlato
così mirabilmente della Provvidenza che l’autore
del Discorso sulla storia universale; nessun oratore è
stato più eloquente, nessun pensatore più profondo
e più sublime, sulle grandezze e sulle sue bellezze divine,
di Bossuet nei suoi Sermoni e nelle sue Elevazioni.
Diderot
Se amassimo le antitesi, noi potremo avvicinare a Bossuet e
a Fènelon, Diderot, Voltaire, Rousseau ed altri spiriti
forti del sec. XVIII.
La corruzione dei costumi avendo invaso l’alta società,
non fa meraviglia che essa abbia oscurato in molte anime l’idea
di Dio.
Tuttavia si sente ancora questa idea perseguitare le coscienze
più scettiche, e manifestarsi nei lucidi intervalli con
una forza invincibile – I pensieri su l’interpretazione
della natura di Diderot - sono l’opera d’uno scettico
o di un incredulo, ma terminano con una preghiera allo stesso
Dio di cui egli s’immagina dubitare: “Io ho cominciato
dalla natura che essi hanno chiamato la tua opera, e finirò
di te, il cui nome sulla terra è Dio. Dio, io non so
se tu esista, ma io penserò come se tu vedessi nella
mia anima, io agirò come se tu fossi davanti a me!”.
Voltaire
Voltaire s’arresta, suo malgrado, davanti all’esistenza
di Dio. Ne prende la difesa, almeno nei suoi intervalli di buon
senso, perché la contraddizione con se stesso non lo
incomoda punto.
Ed è celebre questa frase:
L’universo m’imbarazza e non posso pensare che questo
orologio cammini e non abbia orologiaio; sviluppa poi l’argomento
delle cause finali con tutto l’ardore e la convinzione
che potremo mettervi noi stessi. Nel suo articolo su Dio, aggiunge:
“Non è forse la più enorme delle assurdità
(l’ateismo), la più ributtante follia che sia mai
apparsa nello spirito umano? Dubitare che io sono, questa demenza
mi sembrerebbe evidente, e io lo dico!”.
Rousseau
Quanto a Rousseau, malgrado le sue teorie radicali in morale
e in politica, egli difende con convinzione le verità
della ragione naturale, compresa la possibilità del miracolo,
nella sua professione di fede del Vicario savoiardo e negli
altri suoi scritti.
Cabanis
Altri scienziati che l’avevano combattuto nell’ardore
della loro giovinezza, modificano a poco a poco le loro idee.
Grazie allo studio, all’osservazione, a quella saggezza
che l’età porta con sé, essi finiscono col
rendere omaggio a quella fede religiosa che avevano sconosciuta.
Tra questi sentimenti tardivi, non ve n’è forse
uno più notevole di quello del medico materialista Cabanis,
nella sua lettera a M.F. suo amico (31). Sarebbe facile citare
ancora grandi nomi, quali Rèaumur, Buffon, Linneo, Jussier
e moltiplicare queste testimonianze, perché quasi tutti
gli scienziati o i grandi uomini dal sec. XVIII fino a quei
feroci rivoluzionari della Convenzione, che proclamarono l’esistenza
dell’Essere Supremo, ci hanno lasciato degli attestati
o almeno delle confessioni.
Noi abbiamo fretta di passare
al sec. XIX le cui testimonianze ci toccano più d’appresso,
e poiché la scienza e la regina di questo secolo, ci
limiteremo a citare gli scienziati più celebri. Tra i
matematici e gli astronomi non abbiamo che l’imbarazzo
della scelta. Citiamo a caso quelli che ricordiamo.
Cauchy
Cauchy, che il maresciallo Vaillant chiamava “il più
grande matematico dell’Europa” era profondamente
religioso: “Io sono cristiano, scriveva, con tutti i grandi
astronomi, con tutti i grandi fisici e con tutti i grandi geometri
dei secoli passati; io pure sono cattolico con la maggior parte
di loro, e se mi si domandasse la ragione, la darei volentieri;
si vedrebbe che le mie convinzioni sono il risultato non dei
pregiudizi di nascita, ma d’un esame profondo” (32).
Herschel
Herschel, creatore dell’astronomia stellare, cui dobbiamo
la scoperta del pianeta Urano e dei satelliti di Saturno, scriveva:
“Quanto più il campo della scienza s’allarga
tanto più le dimostrazioni dell’esistenza eterna
d’una Intelligenza creatrice e onnipotente diventano numerose
e irrecusabili. Geologi, matematici, astronomi, naturalisti,
tutti hanno portato la loro pietra a questo gran tempio della
scienza, tempio innalzato a Dio stesso”. (33)
Le Verrier
Le Verrier che scoprì col calcolo il pianeta Nettuno,
era conosciuto nel mondo degli scienziati per le sue convinzioni
religiose. Presentando all’accademia le sue ultime ricerche
astronomiche, non temeva di proclamare “che esse affermavano
le verità imperiose della filosofia spiritualista”.
Faye
Faye non era meno religioso. “Siccome la nostra intelligenza
non s’è fatta da se stessa, scriveva, deve esistere
un’Intelligenza superiore, donde la nostra deriva. Né
rischiamo d’ingannarci considerandola come l’autrice
di ogni cosa, riferendo ad essa questi splendori dei cieli che
hanno svegliato i nostri pensieri.
Quanto a negare Dio, è come se da queste altezze ci si
lasciasse cadere pesantemente sul suolo”. (34)
Laplace
Lo stesso scienziato ci assicura che Laplace non ha professato
mai l’ateismo, come si è falsamente preteso. Egli
non negava Dio, ma solamente il suo intervento diretto in ciascuna
tappa dell’evoluzione dei mondi. Ecco d’altra parte
le parole testuali di Laplace: “Newton afferma che il
mirabile ordine del sole, dei pianeti, e delle comete, non può
essere che l’opera di un Essere intelligente e onnipotente…
Ma quest’ordine non può essere forse esso stesso
un effetto delle leggi del movimento? E la suprema Intelligenza
che Newton fa intervenire non può averlo fatta dipendere
da un fenomeno più generale?”(35).
Questo fenomeno sarebbe, secondo Laplace, la famosa nebulosa
di cui Dio si sarebbe servito, come causa seconda. Niente d’ateo
in una tale ipotesi, che è grandiosa e degna dell’onnipotenza
divina. I più grandi fisici di questo secolo ci hanno
anche lasciato prove delle loro fede religiosa.
Ampère
Ampère, l’inventore della telegrafia elettrica
e delle leggi si semplici e si belle dell’elettro-magnetismo,
che l’hanno fatto comparare a Klepero e Newton, era cristiano
e praticante. “Noi l’abbiamo visto, dice Sainte
Beuve, unire e conciliare senza sforzi, in modo da colpire di
meraviglia e rispetto, la fede la scienza”(36). E Valson
nei suoi scritti sulla vita intima di Ampère ha dimostrato
quanto la fede religiosa di questo grande uomo fosse razionale
e scientifica.
Volta
Volta, l’inventore della pila elettrica, uno dei fondatori
della scienza dell’elettricità, professava altamente
le sue convinzioni religiose cattoliche, malgrado la posizione
dei suoi contemporanei.
OErstedt
OErstedt, altro scienziato di prim’ordine, era stupefatto
dell’armonia delle leggi del nostro spirito con le leggi
della natura. “Qual è dunque la ragione di quest’armonia?
E’ -rispondeva- che queste leggi hanno le une e le altre
una causa comune, una ragione primordiale, che è anche
la potenza primordiale, in una parola: è Dio”.
Mayer
Questo pensiero profondo, che è una delle più
belle dimostrazioni scientifiche dell’esistenza di Dio,
aveva anche stupefatto Robert Mayer, uno dei fondatori della
teoria meccanica del calore. Questo scienziato la svolgeva con
compiacenza al congresso scientifico d’Insbruck nel 1869
(37) con un altro pensiero non meno notevole, dove spiega con
l’azione costante del Motore universale, la costanza della
quantità dell’energia nel cosmo.
Fresnel
Per Fresnel, il principio della semplicità veniva provato
dall’unità e semplicità di Dio, e questo
principio fu uno dei fattori essenziali delle sue belle scoperte
sulla natura della luce, che hanno rinnovato la fisica contemporanea.
Faraday e Liebig
Faraday era un fervente cristiano. La concezione d’una
volontà unica, manifestata nella natura, dirigeva i suoi
lavori scientifici; Liebig “il più grande chimico
dell’Inghilterra” a dire di Moleschott, non disdegnava,
anche nei suoi stadi di chimica applicata all’agricoltura,
di professare la stessa convinzione.
I. B. Biot
Contentiamoci di menzionare I. B. Biot, il più illustre
dei fisici della prima metà del secolo passato, fu anche
lui un cristiano praticante. Becquerel, docente della facoltà
di scienze a Parigi; Augusto de la Rive, dotto fisico che l’Ateneo
di Ginevra nel 1868 ripeteva la prova d’Aristotele per
il primo motore; Berthollet; Gay-Lussac, Faraday, il Secchi,
Hermite e tanti altri, le cui convinzioni spiritualistiche e
religiose sono ben conosciute – Ci rimane ancora da compendiare
in poche parole le testimonianze degli scienziati naturalisti
del secolo XIX che non sono meno numerosi.
Cuvier
II più celebre di tutti, Giorgio Cuvier, creatore della
paleontologia e dell’anatomia comparata, aveva proprio
il sentimento di questa unità del piano divino, che gli
aveva rivelato la famosa legge della correlazione degli organi.
Tutte le sue opere l’attestano e ci ricordano che fu celebrando
le meraviglie del Creatore davanti i suoi uditori del collegio
di Francia, l’8 Maggio 1832, che egli ebbe il presentimento
della sua fine. Durante la sua conferenza, la sua voce prese,
d’un tratto, un’espressione di tristezza religiosa
che commosse profondamente quelli che l’udivano. Morì,
infatti, cinque giorni dopo, all’età di 65 anni.
Agassiz
Agassiz, il celebre naturalista svizzero, termina così
la sua grande opera:
“La combinazione di tante concezioni profonde, non solamente
manifesta l’intelligenza, ma prova la premeditazione,
la sapienza, la grandezza e la provvidenza. Tutti questi fatti
e il loro concatenamento naturale proclamano il solo Dio che
l’uomo possa conoscere, adorare e amare” (38).
Latreille
Latreille, fondatore dell’entomologia, non era meno rapito
dall’ammirazione davanti alle meraviglie che lo studio
degli insetti gli scopriva. “Perché, gridava, temeremmo
noi di troppo lodare le opere dell’Essere supremo?...
Vi sono opere che non danno motivo a una critica razionale e
dove non c’è che da ammirare” (39).
Milne-Edwards
Milne-Edwards concludeva: “Fa proprio meraviglia che in
presenza di fatti talmente significativi e talmente numerosi,
si possono ancora trovare uomini che ci dicono che tutte le
meraviglie della natura (vivente) sono puri effetti del caso,
o meglio conseguenze forzate di proprietà generali della
materia, di questa materia che forma la sostanza del legno e
della pietra. Queste vane ipotesi, o piuttosto queste aberrazioni
della mente che si designano talvolta sotto il nome di scienza
positiva, sono respinte dalla vera scienza” (40).
Lamarck e Darwin
Lamarck, il vero padre del trasformismo, non si credeva dispensato
dall’ammettere Dio, causa prima della evoluzione. Egli
lo proclama in molti luoghi dei suoi scritti. “La natura
è un potere limitato, in qualche modo cieco, questo potere
non esiste che per volontà d’una potenza superiore
e senza limite… Ogni nostra ammirazione e venerazione
deve riportarsi al suo sublime autore” (41).
Altri padri del trasformismo, quali Fallace e Darwin stesso,
ammettevano anche una causa prima, intelligente e direttrice.
Darwin nella sua prima edizione dell’Origine delle specie
si sforzava di rassicurare le coscienze religiose (42); solo
più tardi le teorie antifilosofiche e antireligiose hanno
cercato di avvalersi sull’ipotesi darwiniana.
G. Saint Hilaire
Geoffroy St. Hilaire, nel 1836 apriva il suo corso con la difesa
della Genesi e pubblicava un libro intitolato “Luminosa
manifestazione dello spirito di Dio nei fenomeni dell’universo”
dove chiama l’ateismo “la più mostruosa delle
opinioni”.
Cruiveilhier
Cruiveilhier, il più grande anatomista del secolo, scriveva
al principio della sua Anatomia patologica: “Un libro
d’anatomia è l’inno più bello che
sia stato dato all’uomo di cantare ad onore del Creatore”.
Wurtz
Wurtz, docente della facoltà di medicina di Parigi, proclamava
che:
“Le cose non hanno in se stesse la loro ragione d’essere,
il loro appoggio e la loro origine, che bisogna subordinarle
a una Causa prima, unica, universale, Dio!” (43).
Chevreul
Chevreul non dubitava di fare la sua professione di fede all’accademia
delle scienze nella seduta del 4 agosto 1874, e di dirsi cristiano.
Infine ci vorrebbe un volume intero per riunire le numerose
testimonianze di Hauy, il creatore della cristallografia, di
Quatrefages, dei due Brongnart, di Blainville, di Van Di Beneden,
dell’ammiraglio Jurien della Gravière, di Pasteur
e degli altri spiritualisti che hanno illustrato le scienze
naturali, o che dopo aver professato il materialismo come Broussais
(44), hanno riconosciuto il loro errore e reso omaggio alla
fede.
Conclusione
Quelli che noi abbiamo enumerati basterebbero ampiamente a provare
che tutti i fondatori della scienza moderna e i principali iniziatori
del suo sviluppo contemporaneo, sono stati teisti nel modo più
decisivo, e che la credenza in Dio è stata per essi,
sia il risultato della contemplazione delle meraviglie della
creazione, sia il principio direttore delle loro ricerche e
d’una quantità di scoperte scientifiche. La maggior
parte di questi scienziati sarebbero stati molto sorpresi di
sentire dire che la prima condizione d’una scienza seria
è romperla con l’idea di Dio, quando questa idea
è di fatto, l’alpha e l’omega, il principio
è il termine di ogni vera scienza. Temere che l’idea
di Dio arresti il progresso dello spirito umano, reclamare l’ateismo
nell’interesse della scienza, non sarà dunque mai,
per ogni uomo ragionevole e sincero, che una declamazione di
settari e di folli.
I matematici, abili nel maneggiare le loro formule, ma che non
hanno mai riflettuto sulle loro origini, i fisiologi totalmente
assorbiti dalle operazioni dello scalpello o del microscopio
al punto di dimenticare le operazioni dell’anima; i naturalisti
unicamente preoccupati delle classificazioni vegetali o animali,
che non si domandano mai da dove esse provengano ne dove esse
vadano; in una parola, gli scienziati assorbiti dai fatti e
non curanti delle cause, saranno sempre scienziati inferiori,
perché essi si lasciano dominare dai dettagli della scienza
invece di dominarli con uno sguardo.
(Albert Farges)