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Semi di senape

28 Giugno 1987

Un pane per vivere

Esiste, dovrei dire resiste, almeno da queste parti, l’usanza di spargere fiori lungo il percorso della processione. Petali di rose di macchia, fiori di ginestra, papaveri che qui chiamiamo rosolacci, mescolati con foglie di quercia, di gattice e di acacia. Questa pianta è completa perché offre anche i fiori; ma quest’anno è sfiorita prima.
La festa è nata per via di un prete pellegrino che si era messo in cammino per cercare la fede. Anche la Chiesa è in cammino, ma è sicura che sulla stessa strada c’è il Viandante che una sera si rivelò in una osteria di Emmaus. Questo pensiero è buono per la processione di stasera. Stamani è meglio stare al Vangelo.
“Quand’uno mangia lo fa per vivere. Mangia per vivere non per morire. Certo che vorrebbe vivere per sempre. C’è un pane che sale dalla terra: è quanto può offrire la spiga che vedete ormai biondeggiare. Ma questo è un pane terreno che riconduce l’uomo alla sua condizione originaria: ricorda che sei terra e in terra ritornerai. C’è ancora un pane che discende dal cielo. Un pane celeste che riconduce l’uomo alla condizione di Cristo Risorto. Egli ci dice: “Io sono il pane disceso dal cielo; chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Vivere per sempre significa semplicemente non morire.

2 Luglio 1987

Un gioco che non opprime

Tempo di matrimoni. Stamani una giovane coppia viene qui, davanti all’altare e, di fronte alla comunità, prenderà un impiego che vale per tutta la vita.
Non è il caso di fare un discorso d’occasione, visto che la Liturgia propone pane fresco in una pagina evangelica che si presta assai bene alla circostanza.
Comincerò con dire che la parola “coniuge” significa semplicemente una persona che tira il giogo (non il gioco) dalla vita insieme all’altra.
“L’ansia, l’oppressione, l’angoscia formano quella terribile treccia che comprime l’uomo di giorno e di notte. Esse arrivano a dilatare le sue veglie e a contrarre i suoi sonni. Questi diventano, invece che rilassanti, ancora più opprimenti, per l’incursione di sogni inquietanti che hanno via libera nel subconscio umano. La pasticca non basta, perché la chimica non può sanare lo spirito. Molti medici che dicono di curare le malattie dello spirito sono in cura loro stessi. Gesù dice di andare da Lui. Il suo giogo è soave. L’impiego di edificare la tua vita in consonanza con la tua coscienza e in conformità con i comandamenti è certamente un giogo: ma è un giogo che ti rende presente a te stesso e ti dà pace, poiché armonizza il tuo agire con il tuo pensare.
Al contrario, l’aquilone che spezza il suo ancoraggio precipita verso il punto da cui intendeva fuggire.
Fortunati voi, giovani sposi, che oggi prendete su di voi un giogo da tirare insieme: il solco profondo sarà anche fecondo se sarà tracciato nella direzione di un impiego umano e cristiano”.

5 Luglio 1987

Un bicchiere d’acqua fresca

La pagina evangelica da oggi presenta diversi pensieri che a me sembrano molto distinti, anche se collegati. Sono i chicchi di grano di un’unica spiga ed ognuno di essi è capace di rendere il cento per uno. Ma devono essere seppelliti con cura in un terreno adatto. Quest’anno raccoglierò, anzi, cercherò di seminare, l’ultimo pensiero: avremo ricompensa se offriremo al prossimo un bicchiere d’acqua fresca.
“Ora che si fa sentire l’estate, noi tutti sappiamo apprezzare un bicchiere d’acqua fresca. Gesù non dice un bicchiere d’acqua e basta, ma precisa che è meglio fresca. L’ipocrisia di un gesto di umanità malintesa potrebbe intendersi così: Ascolta, fratelli, sei anche sudato, io, l’acqua te la do, ma un po’ tiepidina, cos’ non ti fa male e fai anche un po’ di penitenza per i peccati.
Ebbene, il Vangelo non è per la mortificazione imposta dagli altri. Dice: Beati i perseguitati; ma maledetti i persecutori; anche la povertà vale come scelta, non come condizione di vita; sono beati quelli che piangono, non quelli che fanno piangere. Una suprema delicatezza dovrebbe governare i nostri rapporti con il prossimo. Si capisce perché a Cana Cristo non disse: “Avete bevuto abbastanza; io, il vino non ve lo do di sicuro!”. Si capisce perché che la gente aveva fame non si limitò a provvedere il pane, ma pensò anche ai pesci. I pesci sono un buon companatico.
E allora si arriva a capire come il Beato Cafasso, cappellano delle prigioni, portasse sigarette ai detenuti. Lui non fumava, ma capiva che la privazione e la mortificazione hanno valore solo se partano da una libera scelta. Ecco, vorrei che tutto questo discorso fosse soltanto un bicchiere d’acqua fresca per voi!

27 Settembre 1987

Invito per due figli

Le letture di questa domenica si presentano molto bene all’illustrazione del ravvedimento e alla considerazione che la risposta alla chiamata di Dio non si fa a parole, ma a fatti. Mi ha suggestionato, più che altro, la doppia figura di questi due figli maschi invitati dal padre a lavorare nella vigna. Intanto bisogna notare che è la loro vigna; se è del padre è anche dei figli. La risposta diversa che essi danno è un esemplificazione di ciò che accade anche oggi; quando si chiamano i giovani a prodursi in un impiego attivo.
“ -Che ve ne pare- Così il Signore ci provoca prima all’attenzione e poi alla considerazione di un fatto fin troppo riscontrabile ai nostri giorni. Vai a lavorare la vigna! Sì ci vado! Ma poi il figlio non ci andò. Lo disse al secondo che dette questa risposta: Io non ne ho voglia. Però si ravvide e ci andò. E’stato lui a fare la volontà del padre. Dico che il fatto è ritornante perché anche oggi ci ritroviamo spesso a rivolgere un invito del genere ai nostri giovani. Ma come è difficile trovare una risposta fattiva, anche da coloro che avevano risposto di sì. Cascano le braccia a vedere tanti giovani così incapaci a porsi in termini d’impegno. Non sentono la Chiesa come la propria vigna. La criticano se è disseminata di pietre o infestata da sterpaglia; una mano, che è una mano, per ripulirla non ce la mettono. Che ve ne pare? Se voi dite che è una vigna in abbandono perché non ci lavorate? Voi avete responsabilità proprio in base alla critica che esercitate.
Menomale che il padre aveva un secondo figlio. Lui, nella vigna, ci andò davvero. Purtroppo per noi che viviamo in una società di figli unici, non è aperta questa possibilità; se uno è infingardo rimane difficile pensare che un altro prenda il suo posto. Per questo io dico, in un momento in cui si difendono i diritti dei giovani, che i giovani stessi si limitano il loro impiego a semplici parole, hanno gravi responsabilità rispetto alla società che sono chiamati a migliorare”.

16 Novembre 1987

La lampada accesa

La parabola delle dieci vergini si inquadra nella ritualità poetica di un’usanza nuziale che risultava assai pittoresca. Le ragazze, vestire di bianco, andavano in quella notte a fare corteo allo sposo che si recava a prelevare la sposa. Un cosa spettacolare, questa doppia fila di fanciulle illuminate dal chiarore diffuso delle loro lampade. Eccome ci andavano volentieri! Oltre al piacere di partecipare ad un buon banchetto, c’era la soddisfazione di essere invitate a preferenza di altre; e questa era anche una buona occasione per mettersi in vista: adocchiare qualcuno ed essere adocchiate. Si sa: erano tutte ragazze da marito.
Quella volta però, per la sconsideratezza di alcune di loro, la cosa andò a finire male. La processione si fece con cinque soltanto. Numero dispari, notate. Coppie pochine e incomplete. Che figura! Lo sposo si arrabbia, è logico. E alle cinque che arrivano in ritardo dice semplicemente: “Ma voi, chi vi conosce?”. Così rimangono a digiuno.
Nel battesimo ci viene consegnata una lampada accesa. La Chiesa ci insegna che Fede, Speranza e Carità sono virtù infuse: si accende nella nostra anima. La fiamma viene da Dio, ma l’olio ce lo dobbiamo mettere noi. L’olio è la buona volontà con cui la lampada viene alimentata, protetta e tenuta in perfetto assetto. Non è un compito da prendere alla leggera. Non c’è da meravigliarsi se molte lampade sono spente. Alcune non erano state alimentate con la pratica religiosa; altra non erano state protette abbastanza. Provate ad esporre una piccola fiamma al vento e alla pioggia!
Si tratta di governare la propria lampada. Quando un monaco moriva all’improvviso, l’abate si recava nella sua cella e faceva attenzione alla sua lucerna. Se questa era in buon assetto, scriveva in una nota per gli annali del monastero: E’morto, ma la sua lampada era ben governata!

1 Novembre 1987

Un comandamento nuovo

Una cassaforte che resisterebbe ad una carica di dinamite si apre componendo semplicemente una parola; allora anche il braccio di un fanciullo è capace di schiudere il suo pesante portale. La parola che dischiude la porta del Regno è Amore.
Tra le innumerevoli citazioni che riguardano il nome forse più usato da tutti noi, mi viene in mente quella di Teresa d’Avila:
“Sin amor todo es nada - senza l’amore tutto è niente”.
Ed ancora la splendida massima di Agostino, vescovo ad Ippona: “Ama et fac quod vis – Ama e fai quello che ti pare”.
Niente è così imperante come l’amore; di fatto chi ama veramente osserva non soltanto la legge, ma anche il precetto e finisce per adem-piere anche il consiglio evangelico: davvero nell’amore c’è tutto; proprio tutto.
Penso che Gesù chiami questo comandamento “nuovo” per questa ragione: all’amore che tutto comanda non si può comandare. Ma Lui ce lo propone come comandamento. Nuovo, come dire inaudito, straordinario e incredibile. Infatti l’amore diventa comandamento.
Ma ciò non è assurdo, poiché proprio da lui ci viene questa forza di amare. Dunque non ci ha chiesto una cosa prima di avercela data. Amare Dio con la mente, con il cuore e con tutte le proprie energie.
Tutto ci viene da Lui e se vogliamo andare a Lui dobbiamo conver-gere a Lui con tutte le nostre potenzialità, spirituali e fisiche.
Amare il prossimo come noi stessi. Cerchiamo di leggere bene: l’amore verso il prossimo ha un riferimento di misura con l’amore verso noi stessi. In un processo di crescita integrale e armonica, il cristiano realizza il proprio essere nel proprio amare.
Un amore che va verso Dio e verso l’uomo.

27 Settembre 1987

La grande vigna

Il racconto di questa parabola s’intona bene con questa stagione che è promessa di una buona vendemmia.
Anch’io ho avuto una vecchia vigna sul poggio e più volte mi sono trovato nella situazione di chiamare operai in questa vigna…
“Vasco, sei libero? Allora vieni domani mattina! Avvisa anche Gosto; se viene anche lui, è meglio”. Segnavano le giornate fatte sul calendario. Li pagavo in fondo al mese. Il vino veniva di tredici; ma non facevo pari. Eppure lavoravano per un’intera giornata.
Ma il padrone di questa vigna è un vero signore; si vede da come elargisce i compensi ai suoi operai.
“La vigna è il territorio di Dio, cioè la Chiesa. Gli operai che il Signore chiama a lavorare siamo noi. E cos’è la giornata se non la metafora abbreviata della vita dell’uomo?
L’alba, l’infanzia: il mattino, l’adolescenza; il meriggio, la giovi-nezza. Il vespro cui segue il tramonto, il crepuscolo che annuncia la notte. E così la vita umana.
Dio non lascia a braccia conserte nessuno: prima o poi, per ciascuno di noi, c’è una chiamata. Bisogna rispondere sì. A qualcuno chiede una giornata intera. Altri sono chiamati quando è già suonato mezzogiorno. E c’è chi sente questa voce nel crepuscolo della sua vita. Dio non guarda il cronometro. Vuole una dedizione completa al proprio servizio dal momento che chiama. Non misura la ricompensa dal risultato raggiunto, ma dalla buona volontà che uno ha di raggiungerlo. Anche chi dice solo “Amen” fa sua la lunga preghiera recitata da altri.”

26 Ottobre 1987

Domenica 18 Ottobre: Date a Cesare

La trappola preparata con perfida accuratezza scatta ancora una vol-ta sulle mani di coloro che l’avevano tesa. I farisei avevano ragionato così: facciamogli una domanda. E’ lecito pagare il tributo a Cesare?
Il Nazareno non avrà scampo. Se risponde di sì, avrà il risentimento da parte della gente, che non sopporta il dominio di Roma.
Se risponde di no, avrà la denuncia di coloro che stanno dalla parte del governatore.
Ed ecco la risposta: “Di chi è la moneta corrente? Non è Romana? Allora date a Cesare quello che è di Cesare!”
Mi arrischio a fare una annotazione personale sullo Stato di diritto e sullo Stato di fatto: uno Stato malsano non si cura con l’insubordina-zione fiscale; è lecito però tentare di rovesciarlo; ma siamo in pochi a pensare che il Vangelo abbia una radicale tensione verso un certo tipo di anarchia. Cerchiamo allora di rimanere sul seminato.
A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Una massima che ormai è diventata un proverbio. Criterio di comporta-mento che ha innumerevoli applicazioni nella vita pratica e molteplici possibilità di essere trasferito e diverse realtà.
Cominciamo col precisare che ciò che è Dio è molto di più di ciò che è Cesare: conoscere, amare e servire Dio, ecco ciò che importa; Lui ci ha insegnato che è possibile servire gli uomini e non sentirci servi di nessuno se non di Dio al quale apparteniamo.
Proviamo ora a formulare la massima in questo senso: Date al corpo quello che è del corpo e allo spirito quello che è dello spirito. Una mamma alimenta il suo piccino di cibi omogeneizzati e con buone do-si di vitamine lo sostiene. Lo mette sulla bilancia, lo misura col metro. E’ contenta se aumenta in peso e in lunghezza. E con questo? Certi animali d’allevamento hanno una crescita più rapida! Vale per le mamme che hanno paura di insegnare il segno della croce alla loro (loro o di Dio?) creatura. Lo stesso vale per uno Stato che pretende di operare una crescita dell’individuo senza garantirgli però l’opportu-nità di uno sviluppo integrale, dimenticando che ci sono anche le esi-genze dello spirito. Ma come ci si può aspettare qualcosa di diverso da parte di coloro che negano lo spirito? Chi nega Dio nega anche l’ani-ma. A questi possiamo rendere il tributo, il consenso mai.

26 Luglio 1987

La forza delle piccole cose

Il regno dei cieli è paragonato ad un seme di senape. Da noi questa pianta è poco più di un arbusto, ma in Palestina è qualcosa di più di un arboscello. Mi sono domandato perché il Signore abbia voluto preci-sare che su i suoi rami gli uccelli fanno il loro nido. Per dare l’idea della sua grandezza. Ma non soltanto per questo. L’albero è nobilitato dalla scelta di un passerotto che lo elegge a sua abitazione.
L’albero ha decoro per gli uccelli che albergano in esso. E il ramo non può vantare un frutto più importante di un nido. Per questo dono diventa animato e come ravvivato da una musica naturale, che è il cinguettio degli uccelli. Come certi tetti di chiese di campagna, come la mia, dove in mancanza di organo e organisti, i passerotti, senza pretesa orchestrale, però del tutto gratis, fanno ingenui intermezzi durante le funzioni religiose. E’ incredibile come si fanno sentire durante i silenzi liturgici!
Il Vangelo ci parla della potenza delle piccole cose. Il seme di se-nape, il pugno di fermento. C’è una forza formidabile nell’invisibile atomo. Anche la paura dell’uomo è riferita a ciò che è impercettibile, inafferrabile. Non è l’elefante che uccide l’uomo, ma la zanzara e, ancora di più, il batterio e l’indefinibile ultravirus. Ciò vale anche per il bene. Ordini religiosi nati da un minuscolo seme. Conversioni ope-rate da semplici parole. Parole proferite nelle profondità dell’essere.
C’è una parola che possa significare tanto quanto un semplice “sì”? Non c’è!
Dio è l’infinitamente grande, ma talvolta, anzi spesso, la sua azione di manifesta attraverso la potenza dell’infinitamente piccolo. Anche la risposta dell’uomo può essere breve come una sillaba e, a volte, un semplice sospiro vale tutta l’eternità.

8 Novembre 1987

I cittadini di lassù

Paragonerò la moltitudine dei Santi alla volta celeste dove brillano, innumerevoli, le stelle. Molte di esse hanno un nome e si propongono a noi con differente fulgore; ce ne sono altre non ancora conosciute; altre ancora non figurano nella calotta stellare poiché la loro luce, in viaggio verso la terra, non è ancora pervenuta fino a noi. Dobbiamo sapere che quelle che a noi appaiono più piccole sono soltanto le più lontane da noi. Così è delle anime benedette che abitano nel regno dell’eterna Luce.
In ogni caso, i Santi che noi conosciamo, formano costellazioni sufficienti per dare orientamento al nostro cammino.
Oggi i cittadini di quaggiù sono invitati a levare il loro sguardo ver-so i cittadini di lassù. Ciascuno di noi deve sentirsi animato dalla gioiosa speranza di arrivare dove altri sono giunti sulla traccia di una mappa celeste.
Consideriamo che le beatitudini proposte nel Vangelo odierno in-dicano chiaramente i sentieri che altri hanno battuto prima di noi.
Un autore moderno ha definito le beatitudini la carta stradale della felicità. Ora sappiamo che per arrivare alla Gerusalemme celeste esi-stono percorsi differenziati che si adattano ai diversi tipi di esperienza umana. Vie differenti, ma, tuttavia, convergenti. La pratica delle beati-tudini non ti dà solo un passaporto valido per la Città celeste, ma ti as-sicura un certificato di residenza in quel firmamento da cui tante luci mandano fino a noi continui messaggi di speranza e di aiuto.
Il cielo è popolato da amici.

29 Novembre 1987

Tutto confluisce in Lui

Ci sarà dunque il momento del rendimento dei conti. Una vita nella misericordia per questo momento di giustizia.
Mi torna in mente la straordinaria visione che Michelangelo ha rap-presentato nella Cappella Sistina. Guardate bene: i Santi sembrano degli atleti; gli angeli, lottatori. Quanto a Cristo, Egli reca ancora le stigmate della Sua Passione e sta alzando un braccio come nel vibrare un colpo definitivo sulle forze del male. C’è ancora una cosa impres-sionante: raccolta ai piedi del Cristo, c’è la Madonna, non più in atteg-giamento d’intercessione.
Uno scrittore ha osservato: “Guardatela bene; in quel momento Lei stessa sembra avere paura di suo Figlio!”.
Vigorosa intuizione di un artista; sappiamo però che Michelangelo, nell’ultima parte della sua vita, soffrì di quella stessa angoscia per il giudizio che aveva inteso suscitare in altri mediante questo lavoro.
Il Cristo è punto di defluenza e di confluenza di tutte le realtà create. Avendo preso una carne umana è anche centro della storia e del cos-mo. Alfa e Omega e ancora Omicron che si pronuncia nella parola umana.
Saremo giudicati. Non varrà dire: “Io non lo sapevo!”.
La stupida schermaglia dei “Ma quando mai?” del “Non pole esse!” o del “Co’ fù?” verrà irrisa e sbaragliata una volta per sempre.
“Via lontano da me!”. Lontano da me perché non mi siete stati vicini.
“Venite vicino a me!”. Perché voialtri mi siete stati davvero vicini! Il vero cristiano deve evitare le tortuose anse della presunzione e quel-le del terrore; ma dal timore di Dio deve andare nella speranza che si alimenta di un impegno costante di servire il prossimo.
“Quello ero io!”, ci dirà il Signore!