LA
PENNA MAESTRA

Il
cavaliere di Samarcanda.
Proprio a Samarcanda
sei venuto? Dove ti volevo dire di non venire!
Il severo signore era sul suo cavallo nero pezzato di bianco
quando aveva visto un giovane cavaliere fermare il suo cavallo
baio presso la fonte di un piccolo villaggio sulla via della
seta. Lo guardò meglio: il giovane era bello di aspetto
e nobile di portamento. Gli sguardi dei due cavalieri s'incrociarono
per un momento. Il cavaliere aveva riconosciuto il signore della
morte, nonostante che un bruno mantello coprisse il suo corpo
ed un grande cappuccio quasi nascondesse il suo volto. Stupore,
paura e sgomento. Il signore della morte, che tutti chiamano
la morte, aveva capito che era proprio lui che avrebbe dovuto
toccare con la sua gelida mano quando si sarebbero dovuti incontrare
nella grande città di Samarcanda e per la prima volta
aveva provato un sentimento di ammirazione e di pietà
per un personaggio così giovane e bello. Questa volta
aveva deciso di sottrarre quel povero cavaliere ad un destino
troppo crudele. E allora l'aveva chiamato. L'aveva chiamato
piegando l'indice nocchiuto come per invitarlo ad avvicinarsi
perché voleva dirgli: Attento, bel cavaliere, stai lontano
da Samarcanda!
Il giovane aveva visto quel gesto e aveva capito questa cosa
soltanto: che la morte lo chiamava. Lo chiamava a sé.
Per l'orrore che provò il suo volto prese il colore della
terra.
-Ascolta, cavallo!
Di giorno e di notte, col sole o la luna noi due abbiamo calcato
il suolo di molte regioni facendo di noi due un'ombra unica
e per un tempo così lungo da sembrarmi sfuggire al mio
stesso ricordo. Mai io ti feci mancare la biada più scelta
e i beveroni densi di farina; ricorda, ti prego, come alla fine
di lunghe cavalcate io ti stendevo una coperta di lana sulla
groppa bagnata di sudore. Cavezze e carezze. Ora ti chiedo,
questa cosa soltanto ora ti chiedo: portami via lontano da qui.
Corri di giorno, corri di notte! Fino a Samarcanda. E' questa
una grande città dove nemmeno la morte potrebbe trovarmi
fra tanti abitanti, fra tanti mercanti, fra tanti passanti.
Il cavallo, chinando
il muso, gli aveva detto di sì, proprio come avesse capito
ciò che aveva comunque ascoltato. Tre volte aveva chinato
la testa in segno di affetto, in segno d'affetto.
Ed ecco Samarcanda. Erano arrivati stremati di primo mattino
nella grande piazza del mercato e il cavallo a passo di parata
andò verso la grande vasca centrale dove una fontana
riversava un lucente fiotto d'acqua. Fu qui che il cavaliere
riconobbe il cavallo dal manto nero pezzato di bianco e poi
il suo padrone dal bruno mantello. Allora aveva capito di non
avere più scampo. Il giovane era impallidito; quanto
alla morte, anche lei trasalì, ma non poteva diventare
più pallida del suo colore naturale. Queste parole furono
dette con lo stesso raccapriccio con cui furono ascoltate: Proprio
a Samarcanda sei venuto? Io t'avevo chiamato prorio per dirti
che non dovevi venire qui a Samarcanda!
L.M.
