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Gli
annali di Faggeto
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Un caso strano
- Celebrazioni parrocchiali
- Credenze popolari
- I ragazzi dell’Acquasanta
- Il gatto nero
- Proverbi e detti locali
- Usanze i riti minori
- Letterine di Natale
- Richiami campestri
Nell’archivio
di Faggeto, tra risme e vacchette legate con nastro di canapa,
ho trovato un plico di manoscritti infiocchettato da un vecchio
spago. C’erano note, racconti e memorie di un Priore che
credo di aver conosciuto qualche decina di anni fa. Ad una rapida
lettura, questi documenti, che chiamerei minori, mi sono sembrati
interessanti e, dunque, divulgabili. Trovo veramente strano che
questo Priore abbia voluto presentarli con una nota introduttiva
in cui si permetteva ad-dirittura di citare lo scrittore africano
Apuleio: “Carissime lector, lege me et delectaberis”
(Carissimo lettore, leggimi e ti divertirai!). A questo punto
credo di cavarmela con un’altra formula latina: “Relata
refero”, che significa semplice-mente: “Mi limito
a riportare ciò che ho letto”.
L.M.
Un
caso strano
Cinque o sei colpi al battente della porta e una lunga trillata
del campanello. Ci vuol poco a capire che è una cosa urgente.
Apro e mi
affaccio. Li riconosco: sono due parrocchiani. Senza neanche entrare,
mi fanno: “Biagio, il nostro babbo, è morto. Un’influenzaccia
quella, per gente vecchia come lui. Sembrava migliorato e dava
da sperare, ma, si vede, era il miglioramento della morte. Dopo
aver preso lo sciroppo, ha iniziato a boccheggiare. Poi si è
assopito un po’. Respirava sempre più rado, sempre
più rado. Dopo che ha dato l’ulti-mo respiro, è
rimasto lì morto e duro. Lo troverà ancora caldo,
perchè
è successo un’ora fa. Le donne ora lo stanno vestendo
e noi si va di corsa in paese per il manifesto, il dottore sanitario
e il custode; domani è festa e bisogna sbrigarci”.
Mentre in fretta e furia risalgono in automobile, uno di loro
faceva questo commento: “Non perché era nostro padre,
ma era veramente un galantuomo. Arrivederci a dopo, sor Priore!”.
Povero Biagio, ottant’anni erano troppi anche per te, che
sembravi forte e sano come un sorbo; però, non c’è
che dire, questi figlioli, che hai lasciato, non hanno intenzione
di perder tempo per assicurarti una degna sepoltura. Andiamo a
benedire la salma!
Già prima di entrare, la casa di Biagio mi fece l’impressione
di un formicaio scoperchiato: attraverso la porta spalancata si
potevano ve-dere le donne correre su e giù per le scale
come se non avessero
requie.
“Sor Priore, sor Priore, sapesse che è successo!”
“Lo so, lo so, sennò non sarei qui; come vedete con
la stola e con la cotta in mano!”
Una mi prende il braccio: “Macchè, lei non sa nulla!
Ha ripreso, ha ripreso!”. L’altra continua: “Noi
si stava infilandogli la giacchetta, quando ha avuto come uno
scossone, poi, ad uno ad uno, ha aperto tutti e due gli occhi,
ha sbadigliato, e all’improvviso ha detto: “Mi dite
che ci state a fare qui?”. In un discorso corto, Biagio
è rinvivito!”.
Invito le donne alla calma e salgo. Per la verità, Biagio
si presentava in ottime condizioni. Altro che caldo! Non era mai
stato vivo e vegeto come allora: camicia bianca di bucato, panciotto
un po’ sbottonato, cravatta allentata. Sembrava un giovanottino
che va a ballare. Ora stava bevendo una bella tazza di caffellatte.
Disse subito: “O lei, sor Priore, che gira da queste parti?”.
Siccome non ero preparato a questa domanda, non trovai altra risposta
che questa: “Passavo di qui…”.
Ad un certo punto arriva un visitatore e domanda piano piano:
“Ma il morto dov’è?”. Qualcuno gli fa:
“Sta zitto! Non lo vedi che sta parlando con il Priore?”.
Scendo giù e cerco di confortare le donne che tremano come
vettrici: “Se non avete avuto paura quando vi è sembrato
che morisse, non dovete impaurirvi nemmeno a vedere che ritorna
in vita. Andate piuttosto a dire a quelli del Comune che sfissino
il manifesto e la cassa; se quello di sù la vede arrivare,
è capace di randellarvela sul groppone!”.
Quelle stavano a parlare con il dottore: “Di già
che c’è, gli ordini qualcosa!”. E il dottore:
“Ma che volete che gli ordini che sta meglio di me? Voglio
dire di voi. Non l’avete sentito che ha chiesto il caffellatte
e una fetta di pane?”. Il barbiere da parte continuava a
domandare: “Ma allora, questa barba, gliela fo o non gliela
fo?”.
Ripresi le mie cose e feci ritorno in canonica. Fatti del genere
non succedono tutti i giorni. Ma che persona simpatica questo
Biagio!
E così quando alla fine dell’anno mi troverò
a fare il resoconto, dovrò scrivere: Nati: cinque. Morti:
tre. Risuscitati: uno.
Celebrazioni
parrocchiali
La
processione
Anche
quest’anno c’è stata la processione di Santa
Lucia. Nel giorno più corto che ci sia, una tradizione
che dura da diversi secoli stabilisce che si faccia questa processione
in onore della Santa della vista. Si sa come succede: la gente
è poca di suo; gli uomini che stiano alla stanga per portare
la statua si trovano male; lo stendardo è peso. Quei pochi
che si presentano vorrebbero tenere i lampioni.
Alcuni mi chiedono di fare i mazzieri. Ma di che ne me fo dei
mazzieri che dovrebbero tenere l’ordine, se è manna
se si arriva a fare una processione di una ventina di metri? Senza
cambi, bisogna accorciare il tragitto: è venuta una cosa
fatta in casa.
C’era della gente che stava a guardare con divertita curiosità.
Cronache
parrocchiali
Tutto il popolo alla festa. La chiesa gremita. La parola del predica-tore
avvincente. L’esecuzione musicale della corale? Magistrale!
La processione ordinata (neanche uno strappo!), tra due ali di
folla com-posta e raccolta (questo non ci credo!).
L’accompagnamento della premiata filarmonica locale veramente
accordato con la voce del popolo (anche se gli inni sembravano
di-ventati marce funebri).
E infine i deliziosi cantuccini preparati dalle suore, andati
letteralmente a ruba! Leggo anche se il Vescovo è stato
accolto con un “fresco” omaggio floreale presentato
da una bambina e che subito dopo ha ricevuto un “caldo”
indirizzo (non so perché si dica così) da un certo
presidente: da qui si capisce che gliene hanno voluta dare una
fresca e una calda. Così il parroco si rivela tanto efficiente
e zelante da far tentennare qualche cattedra episcopale ancora
vagante…
Con tutte queste feste, sempre ben riuscite, sembrerebbe che il
popolo sia passato tutto dalla parte del prete.
Però, quando uno va a vedere i risultati delle elezioni…
ci si accorge che, anche lì, gli altri… aumentano
e i nostri… scemano.
Credenze
popolari
Ci sono
espressioni che riflettono un oscuro senso di paura. Un fatto
diventa segno e funziona da messaggio di un evento imminente.
La gente dice semplicemente: “E’ un segno male!”
(bisogna notare la forza incisiva di questa espressione). Esiste
anche: “Porta bene o porta male”. Ma andiamo avanti
passando in rassegna alcuni incentivi occasionali per un presagio
funesto o negativo.
Il verso della civetta: “è un segno male” (preannuncia
dei lutti in famiglia). Anche quando il cane ulula come un lupo
e non abbaia “a cane” (come sarebbe naturale), c’è
da aspettarci qualcosa di brutto.
Ho raccolto da queste parti un curioso proverbio che dice: “Quando
la gallina canta, la famiglia o cresce o manca”. S’intende
dire che quando la gallina si trova a cantare (come il gallo)
la famiglia o crescerà per una nascita o diminuirà
per un lutto.
Poi c’è la faccenda de “L’orologio di
San Pasquale”. Dice il proverbio: “Orologio di San
Pasquale… o bene bene, o male male”. Ma cos’è
questo misterioso orologio? C’è gente disposta a
giurare di averlo sentito veramente. Dicono che si avverte, per
lo più di notte, lungo una parete, all’improvviso.
Smette e poi ricomincia. E’ un tintinnio garrulo, quasi
canzonatorio. Questo aumenta il brivido, invece di diminuirlo.
Il suono, ritmato sulle pulsazioni del cuore di chi ascolta finisce
per accelerarle e reca allarme ed ansietà per la duplice
ambiguità del messaggio: che cosa succederà e a
chi succederà?
L’ACQUA
DEL TORRENTE
Si conserva
traccia di alcune formule di esorcismo e di sortilegio popolare,
atte ad allontanare l’effetto negativo e a rimuovere così
la paura. Uno che si trova sulla riva di un torrente, prima di
dissetarsi portando le mani “a giumella” verso le
labbra, diceva: “Acqua corrente/ la beve il serpente/ la
beve Dio/ la posso beve anch’io”. Il timore che l’acqua
potesse essere infetta veniva di fatto debellato attraverso un
rito propiziatorio che intendeva coinvolgere il Creatore con la
sorte della creatura. C’è ancora di più: il
gesto pensionale a vincere la nativa paura per il serpente nell’idea
sottintesa che “tutte le bocche son sorelle”.
La paura acquista concretezza emblematica nell’immagine
che si proponeva al bambino del “Bubbo”, dell’
“omo nero” e del “lupo mannaro”. Cercherei
la chiave di questa denominazione ricorrente nella parola “mannaia”.
Mannaro è chi usa la mannaia, il boia incappucciato, insomma.
Il bambino ha istintiva paura del buio, anche nella notte, dunque.
Le stelle e la luna sono il tramite attraverso il quale è
chiamato a vincere questa paura. Egli impara a cantare: “Vedo
la luna/ vedo le stelle/ vedo Caino che fa le frittelle./ Vedo
la luna affaccendata/ vedo Caino che fa la frittata”. A
Giugno il bambino può correre di notte cantando: “Lucciola
lucciola/ vien da me/ che ti do il pan del re/ pan del re e della
regina/ lucciola lucciola vien vicina”. Fermiamoci a considerare
la forza poetica di quell’invocazione, cantata nell’età
in cui uno poteva pensare che le lucciole fossero stelle un po’
più vicine, e le stelle lucciole un po’ più
lontane.
I
ragazzi dell’Acquasanta
Il ricordo
della benedizione delle case è affidato agli annali di
questo piccolo e quasi introvabile borgo campestre che ha nome
Moriolo; ma, ancora di più, esso rimane fisso nella memoria
di tutti i ragazzi che hanno indossato le piccole tuniche per
accompagnare il prete in questo fantastico itinerario.
A distanza di anni rammentano questo evento come una esperienza
che vorrebbero tornare a rivivere ancora.
Prima di partire si suona un doppietto… scempio, come per
annunciare: “Non è proprio festa perché siamo
ancora dentro la Quaresima; ma se non è proprio festa,
siamo lì. Preparate tutto perché si arriva noi!”
Prima di partire per la spedizione si dice una preghiera, ci si
accerta che non manchi nulla: il canestro con la paglia in fondo
per salvare le uova, i foglietti da lasciare alle famiglie, il
secchiello…
“E il pennello?”. “Si dice aspersorio, chiorbone!”
Nella cinquecento c’entriamo in cinque; quando ci vedono
sbarcare davanti all’uscio, rimangono meravigliati di quanta
roba può contene-re quest’uovo: anche questo fa parte
della sorpresa.
In genere in ragazzi non sono abituati a far complimenti quando
ve-dono un vassoio di frù frù o altra roba da mettere
sotto i denti.
Trovo che quelli di prima schiccheravano di più e allora
dovevo badarli perché non ritornassero a casa un po’
brilli; ora preferiscono spume e roba di lattine e si divertono
a farmi scomparire quando offrono un bicchierino: “Ha già
bevuto abbastanza… Gli farebbe male… Lui deve guidare…”
Lo dicono con convincenti sguardi d’intesa a chiunque apra
una bottiglia; poi, in macchina, si sganasciano dalle risa, quei
mascalzoni.
Per il resto si comportano bene; sembrano “sanluigini”
quando ris-pondono alle formule delle benedizione; tengono sempre
aggiornato il numero delle uova: “Ancora sei e siamo a dieci
dozzine!”. A loro pia-ce andare a far ova, almeno così
dicono.
Crinali di Collina… Notiamo i primi comizi di fiori; il
volo del mer-lo… le grandi conchiglie fossili. E questa
è la casa di un vecchio soli-tario che parlava solo in
poesia. Nelle case osservano persone, animali e cose: le riflessioni
vengono fuori quando siamo in macchina. Io rac-conto delle cortissime
storie: “Volete una vera storia inventata o che v’inventi
una storia vera?”.
Si arriva all’ultima tappa. E’ fissato che lì
si fa una merenda che, quasi quasi, è una cena: pane, rigatino,
salame e altre cosette appeti-tose. Il fiasco è nel mezzo.
Noi siamo serviti e riveriti. Questo vino ci rende ancora più
allegri. Ora non si bevono più sciabordoni, gasati. “Forza
ragazzi: alzate i bicchieri anche voi, tanto guido io!”
Il
Gatto Nero
All’improvviso
a Faggeto si è sentito un grande urlo. Poi grida e lamenti
disperati. Ma che è successo? Mi avvio un po’ allarmato
verso il punto da dove ora giungono gemiti e commenti di compianto.
Una donna mi viene incontro: “E’ successo che il gatto
ha mangiato il pappagallo di Marianna. Ci vada: non c’è
verso di consolarla”.
Questo non fa parte delle opere di misericordia, ma ci vado lo
stes-so. Quello non era un pappagallo qualunque. Marianna lo aveva
ere-ditato da una certa Genoveffa, morta all’età
di 95 anni. Quanto all’età del pappagallo nessuno
conosceva il millesimo della nascita: sta il fatto che si chiamava
“Cavur”. Cavur sapeva pronunciare ben tre parole:
Genoveffa, Avanti e Buonanotte.
Marianna sembra ora gradire la mia partecipazione al suo dolore
per la grave perdita, ma si capisce che ha gran voglia di sfogarsi:
“Ah, è venuto anche lei sor Priore. Ma lo vuol sapere
com’è andata? Ero su a far la camera, quando ho sentito
un gran tramestio che veniva da qui sotto. Ma poi ho sentito Cavur
dire qualcosa e, lì per lì, non me ne sono data
pensiero. Quando però sono scesa, ho trovato la gruccia
in terra, la catenina d’ottone con l’anellino vuoto,
e lui no. Il gatto, da una parte, si leccava i baffi. Quel mascalzone!
E dire che l’avevo raccattato dalla strada questo gattaccio
nero. Ma me ne ero accorta che lo puntava, lo puntava, quel delinquente!”
“Ma è un gatto!”, fò io, tanto per riportare
l’evento sul piano della realtà.
“Quel gatto è la mia disperazione, altro che storie!
Non è come tutti gli altri gatti. Lo sa che una volta mi
ha mangiato tre salsicce con lo spago e tutto? Un’altra
volta, ascolti quello che è successo, bussano alla porta;
Cavur fece: “Avanti!”. Io andai ad aprire e mi trattenni
un po’. Quando ritornai, mi accorsi che aveva mangiato due
braciole inovate e impanate. In questi giorni ha attentato anche
al pesce; dopo aver tuffato una zampa dentro il vaso, s’è
messo a leccare l’acqua con l’intenzione di berla
a poco a poco e di mangiare il pesce rimasto all’ asciutto,
quel birbante!”
Mi viene quasi da ridere ripensando alla fine del pappagallo.
Questo impareggiabile maestro di sfrontatezza in tante barzellette
è stato pari alla sua fama anche sul punto di morte: pare
che quando il gatto gli è balzato addosso abbia detto:
“Buonanotte”. Queste sarebbero state le sue ultime
parole.
Marianna crede di leggere il mio sorriso come una disponibilità
ad aiutarla. “Questo gattaccio nero bisogna che lo pigli
lei! Se non me lo leva di torno, cerco qualcuno che l’ammazzi
con una fucilata. Ma chi l’ammazza un gatto nero? Porta
male! Via lo prenda lei, sor Priore!”.
Lo guardo: quello non è un gatto; è un riassunto
di una pantera!
Ma, dato il colore, mi sento un po’ solidale con lui.
Ora è qui con me, in canonica, e non posso negare che mi
fa compagnia. Si è affezionato davvero. Per i balzi che
è capace di fare l’ho chiamato Zoff. Dino per gli
amici.
Talvolta, quando mi si aggomitola vicino, mi trovo a domandarmi
che fine avranno fatto le parole che ha ingoiato insieme al pappagallo
e allora gli sussurro all’orecchio: “Genoveffa”.
Lui apre un occhio mantenendo l’altro chiuso; deve essere
un modo per strizzare l’occhio.
Marianna, quando mi trova, non può fare a meno di chiedere
infor-mazioni su quel “birbante” e io gli rispondo:
“E’ un gran gatto: non gli manca altro che la parola!”
Proverbi
e detti locali
COSA
SOGNA IL CIRO
La Toscana,
si sa, è terra dove i detti e i proverbi vengon su come
i papaveri e la gramigna: nessuno sa chi li ha seminati eppure
te li trovi davanti ad ogni passo. Chi ha inventato “c’è
Beppino sul canapè” o “Chiudere la stalla quando
sono sparati i buoi” ?
Nella ricerca di espressioni di queste parti non ci troviamo di
fronte ad un campo, ma ad una boscaglia, e se dico di tracciare
in essa un sentiero è soltanto per ammettere che chi lo
facesse dopo di me lo farebbe sicuramente meglio di me, evitando
almeno certe inesattezze e certe lacune.
QUANDO
FRANA LA ROCCA
“A
San Miniato, o piove, o tira vento, o suona a morto”.
Presentazione cattiva che appartiene alla linguaccia di qualche
forestiero maltrattato. “Quando la Rocca mette il cappello,
sanminiatesi pigliate l’ombrello”. Proverbio di ordine
meteorologico, costruito, come il precedente, sul calco di altri
presenti in altri paesi. Noi abbiamo anche: “La replica
la suona il Duomo”. Risposta un po’ insolente ad una
domanda un po’ impertinente; equivale a “Paganini
non si ripete”. “Il Loretino fa l’elemosina
al Duomo!”. Sottolinea l’assurdo della pretesa di
una persona molto facoltosa su un’altra molto povera: infatti
il Loretino è una chiesetta ai piedi della Cattedrale,
del tutto sprovvista di entrate e benefici.
Si dice: “Buio come a Sant’Urbano”, con riferimento
ad un luogo veramente scarso di luce. Si diceva: “Lungo
come la via d’Isola” per indicare una cosa lunga,
noiosa, monotona (attualmente è una delle più belle
strade del Comune). “Il ciro sogna le ghiande”. Ciro,
invece di maiale, è peculiare delle nostre parti. Si vuol
dire che i sogni, le aspirazioni e i desideri servono a qualificare
la persona che li manifesta; è naturalmente usato in senso
dispregiativo. A pensarci bene il detto, così trasparente,
lascia vedere una certa profondità: potrebbe interessare
perfino uno psicoterapeuta.
“Quando frana la Rocca”. “Quando fai una cosa
bene te, frana la Rocca”. Per sottolineare l’inettitudine
di qualcuno. Si pensava che la Rocca non dovesse franare mai;
il detto è caduto perché la Rocca è effettivamente
franata per le mine dei tedeschi. A proposito della Rocca esiste
anche una strana filastrocca con il carattere di un gioco. Dopo
aver invitato un compagno a guardare verso un posto una cosa che
non c’è, si canta in tono beffardo: “Ci ha
guardato, ci ha mirato, sulla Rocca di San Miniato, c’era
un topo lì a sedè: ti ci ho fatto rimanè”.
Appare difficile stabilire quali ninnananne e quali filastrocche
abbiano avuto origine dalle nostre parti; ne cito una che, per
non essere segnalata da altri repertori toscani, potrebbe essere
proprio “nostrale”. La riporto per le giovani mamme
sempre in difficoltà per addormentare la loro creatura.
Dice così: “In terra un ce n’è, in cielo
nemmeno; tara rilla, rilla lero, tara rilla rilla là”.
La mamma dice che come il suo bambino non ne esiste un altro,
né in cielo né in terra. Si tratta di ripetere i
versi fino a che uno dei due non si sia addormentato. Forse è
ancora una ricetta che funziona. Cullare prima dell’uso.
Per dire che i soldi spesi senza criterio vanno a finire, a San
Miniato si dice: “Li finì anche il Cecchi che ne
aveva una cisterna!”. La famiglia Cecchi era rammentata
per le sue ricchezze, oltre che per la sua grande cisterna…
Usanze
e riti minori
IL
RAMO DI ULIVO
Le gelate
di quest’inverno hanno fatto bruciare tutti gli ulivi di
que-ste colline. Invano Noè attenderebbe il ritorno della
colomba con un rametto nel becco. Per la Domenica delle Palme
abbiamo rimediato facendoci arrivare dalla Maremma qualche mazzo
ruscolato alla me-glio. Che non sia un segno dei tempi la scomparsa
dell’olivo dalle nostre parti? Venuto a mancare in tante
case il bene della pace, è spa-rito da queste colline il
simbolo che la rappresentava, Speriamo che d’ora in avanti
non succeda che per trovare un po’ di pace bisogni andarla
a cercare in Maremma!
L’UOVO
PASQUALE
Ogni
tanto mi tocca spiegare alla gente che significato abbia bene-dire
le uova nella Domenica di Pasqua. E’ proprio il rituale
che parla di ricordo della Risurrezione. Infatti l’uovo
si presenta, né più né me-no, come un sasso.
Il pulcino che è dentro lo recide da sé con il becco
ed esce fuori dopo aver fatto ribaltare la pietra del suo guscio.
Mi pare molto bello che l’immagine della Risurrezione trovi
un’umile rappre-sentazione in una faccenda che sembrava
di stretto interesse delle massaie.
Ne scaturisce un commento piuttosto interessante: anche noi risor-geremo
alla vita… almeno se non siamo barlacci.
QUANDO
SI SCIOLGONO LE CAMPANE
E’una
usanza ancora viva da queste parti che quando si sciolgono le
campane si smuove con le dita la terra dei vasi dove sono le piantine
delle viole del pensiero. Facendo così, le viole diventano
doppie.
Quando suonavano le campane del Sabato c’era chi abbracciava
gli alberi da frutto perché così daranno più
frutta a suo tempo. Una forma di riconciliazione con la natura.
All’annuncio della Risurrezione in certi posti si levavano
le fasce al bambino. Anche lui, come Lazzaro, si liberava dalle
bende; così viene da pensare. Ad ogni modo qui si pensa
ancora che, se si fa attraversare la strada ad un bambino questo
“va ritto prima”. Due riti popolari che annunciano
due aspetti importanti di queste festività: Pasqua come
liberazione, Pasqua come passaggio.
Letterine
di Natale
Presepe
in chiesa
Proprio in occasione delle feste natalizie mi sono trovato con
una parte della Chiesa completamente scoperchiata. Il tetto della
Cappella della Madonna del Carmine è crollato sulla volta
a vela; ora tutto è a terra in un brutto miscuglio di travi,
correnti, tegoli, embrici, mezzane e croste d’intonaco.
Il vento, le piogge, aggiunti ai guai dei tempi pas-sati, hanno
combinato questo disastro proprio nella zona dove ero so-lito
piazzare il presepe. Essendo rimasto sdubbiato, al Vangelo di
do-menica ho detto semplicemente: “Quest’anno il presepe
non si fa. Come vedete ci siamo dentro”.
Ma poi ho rivisto nella cassetta di legno i pastori ancora chiusi
nel loro sonno di gesso e ho pensato, questo ho pensato, che avevano
bi-sogno che qualcuno li svegliasse ancora una volta. Così
ho piazzato i personaggi sopra un pancale da concia sotto l’arco,
non lontano dal mucchio di macerie.
Stanotte ho visto vere, fulgidissime stelle brillare su questo
presepe. Nel mezzo della notte e del silenzio… A volte i
silenzi hanno racconti di storie molto lontane.
Per
Lucia
Nessuno, qui a Faggeto, conosce il tuo indirizzo preciso, dal
giorno che sei partita col tuo sacco blu sulle spalle dicendo
che per te era arri-vato il momento di cambiare vita. Vuol dire
che proveremo ad affida-re questo messaggio al vento, che un cursore
capace di valicare tutte le frontiere. E’ arrivata voce
che ti trovi in una spiaggia dell’India, dove, con altri
compagni ed altre compagne, fai esperienze fuori dal comune. Certamente:
fuori del Comune. Pare che la roba che ti serve per entrare nei
sogni, lì, si trovi a buon prezzo. Noi, qui a Faggeto,
siamo rimasti un pò indietro, e non arriveremo mai a capire
perché uno abbia bisogno di fare questi viaggi che portano
così lontano, lontano da tutti; ma gli auguri te li mandiamo
lo stesso.
E se un giorno tu decidessi di ritornare a Faggeto col tuo sacco
blu sulle spalle, che credi? Che non ti si accoglierebbe con un
abbraccio? Perché tu, per noi, sarai sempre la nostra Lucia.
Per
Sandro
Auguri anche a te, Sandro, che sei andato all’ospedale perché
ti sentivi un gran peso sullo stomaco ed eri sicuro di riessere
a casa per le Feste. Invece i dottori ti hanno detto che bisognava
trattenerti per qualche settimana per vedere se ti trovavano una
cura adatta. Allora ti hanno portato da casa un televisorino in
bianco e nero perché tu possa seguire le partite di coppa
della tua Juventus.
Auguri per la tua Juventus… anche se io sono per la Fiorentina.
Per
Massimo
Auguri anche per te, Massimo, che hai fatto, si può dire,
il passo più lungo della gamba. Saltando quel fosso, sei
caduto male ed ora ti trovi in un lettino bianco con la gamba
ingessata.
Tu stai passando il tuo bianco Natale (bianco come il tuo gesso)
all’ospedale e so che te ne dispiace, nonostante il tuo
comodino sia carico come un “tir” di pacchi e pacchettini.
Mi domandavi dei tuoi amici mentre ti stavo sbucciando un’arancia
e all’improvviso i tuoi occhi si sono riempiti di lacrime;
ma era perché le bucce d’arancia schizzano un po’
e allora fanno frizzare gli occhi più delle cipolle, non
è vero?
Richiami
campestri
Si comincia
con gli animali da cortile.
Pulcini: piri, piri!
Galletti e gallettini: chiccheri, chiccheri!
Galline: mime, mime! Oppure: cocche, cocche!
(qui il richiamo diventa più affettivo per la gratitudine
che la massaia riserva alla galline che fanno l’uovo).
Anatre: qua, qua! Oppure: ane, ane!
Tacchini: uli, uli! (anche uci, uci!). E per scacciarli? E’
semplice: sciò, sciò!
Per gli
animali ad altezza d’anca si trovano per lo più dei
nomi propri che vanno nel diminutivo e nel vezzeggiativo. Le pecore
vengono chiamate con parole riferite al loro manto (nerina, bianchi-na,
toppina, stellina…) e comandate, quando sono in branco,
mediante fischi brevi e ripetuti senza smorzatura finale.
Per chiamare la capra, se non ha un nome appropriato, si dice
sem-plicemente: bezzera o bezzerina (la parola è denominazione
secon-daria di capra ed è usata qui in funzione vocativa).
E’ da notare che dalla nostre parti il maiale venne detto
ciro. La voce di richiamo è: cì, cì! Quando
si tratta di invitarlo a mettersi in giacca (vale a dire in posizione
prona) di dice: gè, gè!
Liì e lèh valgono per la partenza e l’arresto
del cavallo, mentre iù è l’incitamento per
farlo correre. Il linguaggio comune era impiegato per i bovini
addestrati al lavoro dei campi: Vai avanti! Via! Fermati! Poggia!
Gira! ecc..
Quanto
al gatto, sembra che l’animale abbia assimilato la filosofia
di un modello culturale che lo ha posto in un ruolo di ospite
onorato.
I richiami ad esso riservati sono per lo più dolcissimi
e connotano la posizione ravvicinata di cui il gatto usa e abusa:
micio, micino, ciucio, micia, ciucino, mici ecc..
Per chiamarlo si fanno schioccare le labbra in aspirazione proprio
con il suono di un bacio dato a vuoto! |