Esistenza
di Dio
Dio: esistenza ed essenza
Per una ricerca di Dio. Si parla di due vie: quella cosmologica
e quella psicologica. Due vie: non un bivio; nel senso che l'una
non esclude l'altra. In questo caso sembra più proprio
parlare di alternanza (ossia etiam) che di alternativa (ossia
vel). In realtà i due itinerari hanno indirizzo comune
e si completano a vicenda. la via psicologica si configura come
un incontro: attraverso l'ansia verso la felicità, il
senso del proprio limite, l'esperienza della propria angoscia
esistenziale, l'uomo trova Dio. Lo incontra nelle profondità
del proprio io perché a conti fatti, è Dio che
accende in lui la sete dell'assoluto; ecco perché si
parla d'incontro.
Nella via cosmologica l'uomo si proietta fuori in una considerazione
profonda della realtà esteriore: vi scopre l'impronta
di Dio e la sua ascensione a Dio avviene attraverso il mondo
esterno avvalendosi di una ricerca che sfocia nella scoperta
della sua impronta razionale. In una distinzione che può
risultare grezza ed elementare, si può dire che il sentimento
e la ragione costituiscono di fatto i mezzi che consentono all'individuo
di raggiungere l'Assoluto.
La via cosmologica: premesse
Essere e divenire. Chi si affaccia sul mondo è colpito
anzitutto dal movimento che anima tutti gli esseri e pensa subito
al «panta rei» di Eraclito, che vedeva tutta la
realtà come un flusso inarrestabile. Una tesi fenomenista,
evidentemente esagerata, cui presto si opporrà Parmenide,
che arriverà a concepire il movimento addirittura come
illusione per affermare in maniera esclusiva l'essere profondo
che sfugge ai sensi ed è colto solo dall'intelletto.
Platone darà ragione a Parmenide; ma Aristotele, pur
riconoscendo il valore della sua acuta intuizione, cerca di
integrarla con la percezione di Eraclito. Riprendendo lo studio
del movimento che affatica l'universo, sviluppa le teorie dell'atto
e della potenza che costituisce la trama di tutta la sua metafisica.
Ogni cosa si muove, si sviluppa, cresce. Il seme diventa albero,
il fiore frutto. La potenza è carenza, l'atto è
perfezione; il passaggio acquisitivo che parte da una carenza
per giungere ad una perfezione si chiama mutazione. San Tommaso
inserisce nella filosofia scolastica l'intuizione di Aristotele:
la creazione è la massima mutazione (dal niente all'ente),
ma anche l'uva che diventa mosto e il mosto che diventa vino
ed ancora il vino che diventa aceto implicano questo passaggio
dalla potenza (capacità di divenire all'atto (acquisizione
di una nuova forma o di un nuovo stato); ogni essere è
in atto rispetto a quello che è ed è in potenza
rispetto a quello che può divenire. E' chiaro che per
movimento non si intende semplicemente un moto locale (anche
quello!) ma lo stesso divenire, che appare così connaturato
all'essere da costituirne un aspetto radicale: l'ente nel suo
aspetto statico è esistente; nel suo aspetto dinamico
è divenire, fino al punto che quando un ente cessa di
divenire cessa anche di essere.
Limite e contingenza. Il movimento, considerato metaforicamente
come passaggio dalla potenza all'atto, mette in luce l'imperfezione
delle cose, o, comunque, la limitata perfezione delle stesse.
Se il movimento è acquisitivo di una perfezione e d'altra
parte tutte le cose sono in movimento, vuol dire che il punto
omega della perfezione è fuori del segmento cosmico.
Sebbene non sia fuori della sua direzione.
Questo limite segna anche il carattere della sua contingenza:
esiste ma potrebbe anche non esistere. Posto che la sua connotazione
è il limite, si conclude che il suo esistere dipende.
L'ente annuncia la sua precarietà non soltanto nel divenire
ma anche nel suo esistere.
La contingenza dell'essere emerge dalla considerazione di fatto
per cui con la caduta di un frammento non risulta compromesso
il disegno generale dell'universo (il particolare viene meno,
ma permane la realtà cosmica).
Finalità delle cose. Non c'è per la ragione problema
più imperioso del perché delle cose. Perché?
Questa domanda traduce la curiosità filosofica che accompagna
l'uomo fin dalla sua prima infanzia.
Attraverso una elementare attenzione e, ancora di più,
avvalendosi delle conclusioni di una ricerca scientifica, si
arriva alla scoperta che una finalità costante e universale
disciplina la molteplicità degli esseri. L'universo nel
suo insieme e nei suoi dettagli apparentemente più trascurabili,
è ordinato intelligentemente: si parla di razionalità
presente in esseri che non sono razionali. Tutto ciò
pone una invalicabile interpellanza alla nostra coscienza filosofica
appena risulta acquisita una conoscenza anche superficiale (ma
tanto più se è approfondita) dei fenomeni scientifici.
Come mai ogni cosa è perfettamente funzionale? L'introduzione
del caso per spiegare l'ordine costante e universale è
antiscientifica e assurda da un punto di vista logico se consideriamo
che, in base al calcolo delle probabilità, per ogni combinazione
riuscita occorrono altre combinazioni non riuscite. Il caso
partorisce aborti. Al contrario, osservando il mondo delle cose,
animate ed inanimate, razionali ed irrazionali, assistiamo ad
un organico razionale, funzionale e ordinato: un filo d'erba
è un capolavoro d'ingegneria, di chimica e di economia
ecologica.
Tutti i settori delle scienze naturali, ripartiti in parecchi
scaffali di una grande biblioteca fanno da supporto a quest'unico
enunciato: il cosmo, nel suo insieme e nei suoi dettagli, reca
un'impronta razionale in quanto è ordinato e finalizzato.
Questa considerazione bussa potentemente su la coscienza critica
dell'uomo che, se non ha accecato di già la sua meravigliosa
attitudine che ha recepito quando era ancora bambino, torna
a domandarsi: come mai? E' in questo perché che sta la
sua possibilità di una crescita ulteriore. Quando cade
questo perché, vuol dire che il bambino è già
morto e il suo parto è moribondo, come a dire che si
parla di una morte clinica ed ancora di una morte filosofica.
Causalità. Isoliamo questa formulazione: tutto ciò
che inizia ha una causa. Il principio di causalità deriva
direttamente dal principio di ragion sufficiente che si enuncia
così: «un essere ha una ragione di essere in se
o in qualcos'altro». Una ragione di essere la deve avere
per forza. Come mai esiste la Terra? L'astronomia si preoccupa
di dare una risposta a questa domanda; le indicazioni che ci
fornisce sono valide per dare una risposta alla domanda. Così
per tutte le cose: gli esempi sono tanti quanti sono gli esseri
che compongono il cosmo. Sviluppando il principio di ragion
sufficiente, abbiamo: una realtà che non ha ragione di
essere in sé la trova sicuramente in qualche altro; ecco
l'equivalente del principio di causalità.
Mentre la considerazione dell'ordine si fonda su una osservazione
di carattere empirico: si avvale dell'osservazione della realtà
esterna, il principio di causalità è un principio
razionale: appartiene al significato di fuoco logico senza il
quale cade ogni possibilità di organizzare un ragionamento.
Ogni volta che si da atto alla capacità umana di pervenire
ad una risultanza della sua indagine, si aggiudica ad essa la
possibilità di stabilire un nesso tra diversi dati, una
connessione tra i diversi fatti e un rapporto tra diversi enti.
Via cosmologica.
Formulazione di una prova razionale dell'esistenza di Dio.
Chiunque asserisca che non si può dare una dimostrazione
dell'esistenza di Dio consegna le proprie carte in mano all'ateismo
teorico lasciando la possibilità all'avversario di condurre
un gioco vincente che si avvale della considerazione della irrazionalità
di una adesione a Dio.
Coloro che puntano esclusivamente sul sentimento e sull'esperienza
intima per attingere l'Assoluto, precludono una via a coloro
che intendono arrivare a lui attraverso un processo elettivamente
umano quale è quello fondato sulla ragione. In questo
cadono in aperta contraddizione: asseriscono che a Dio si giunge
per una via personale, negano però ad altri di arrivare
alla stessa meta attraverso la loro via che è quella
che segue un itinerario illuminato dalla mente. Questa via personale
è quella percorsa dai più fulgidi ingegni nel
campo delle scienze naturali. Una riflessione profonda sulla
natura portò a questa adesione Leonardo, Newton, Einstein
e Plank per citare solo alcuni fra i più noti.
D'altra parte - proprio questo è dimenticato da parte
di ottusi assertori di una esclusiva validità di una
esperienza che faccia presa sul sentimento dell'uomo - la scoperta
di Dio che si manifesta nel Creato, è quasi sempre accompagnata
da una vibrazione interiore così intensa da raggiungere
il significato di un'esperienza mistica con forte ripercussione
nella sfera del sentimento: oltre i dati che la scienza fissa
l'uomo può scoprire la persona ed è allora che
la ricerca confluisce nella poesia e nella preghiera.
Semplicità e complessità di una prova.
Si può procedere ad un enunciato generale che si articola
in diversi enunciati esplicativi.
Il cosmo nel suo insieme e nei suoi dettagli è inesplicabile
se non si pone una realtà fuori di esso.
Dalla esistenza della materia.
Si assume come acquisita l'equipollenza tra materia e energia.
Ad una materia infinita corrisponde una energia infinita; ad
una materia finita corrisponde una energia finita.
Pare ovvio affermare che la materia cosmica non sia infinita.
Se è limitata, allora è limitata anche l'energia
potenziale. Per esaurire una energia limitata occorre un tempo
limitato; ne segue che la materia non può essere esistita
dall'eternità altrimenti sarebbe già esaurita.
Si conclude che non esiste ab aeterno, il che equivale a dire
che ha avuto un inizio. Questo passaggio tra il niente e l'ente
può essere operato da un'altra realtà di ordine
diverso. Una Entità immateriale eterna e infinita.
Dalla esistenza della vita.
Il passaggio dallo stato inorganico alla vita, sotto certi aspetti,
appare abissale quanto quello che esiste tra il niente e la
realtà concreta. La vita si presenta come fenomeno complesso
fondamentalmente diverso dal sussistere della realtà.
La generazione spontanea è improponibile da un punto
di vista logico e incontra serie difficoltà dal punto
di vista scientifico. Accade che proprio la scienza, man mano
che aumentano le acquisizioni sulla complessità del fenomeno
«vita» si vede costretta a qualificare come ingenue
le congetture precedenti. In questo caso l'avanzamento delle
cognizioni ha riprodotto un arretramento nel terreno delle ipotesi.
(E' chiaro che questa prova merita una esplicazione a parte).