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Gli annali di Faggeto

Nell’archivio di Faggeto, tra risme e vacchette legate con nastro di canapa, ho trovato un plico di manoscritti infiocchettato da un vecchio spago. C’erano note, racconti e memorie di un Priore che credo di aver conosciuto qualche decina di anni fa. Ad una rapida lettura, questi documenti, che chiamerei minori, mi sono sembrati interessanti e, dunque, divulgabili. Trovo veramente strano che questo Priore abbia voluto presentarli con una nota introduttiva in cui si permetteva ad-dirittura di citare lo scrittore africano Apuleio: “Carissime lector, lege et delectaberis” (Carissimo lettore, leggimi e ti divertirai!). A questo punto credo di cavarmela con un’altra formula latina: “Relata refero”, che significa semplice-mente: “Mi limito a riportare ciò che ho letto”.

L.M.

Il Gatto Nero

All’improvviso a Faggeto si è sentito un grande urlo. Poi grida e lamenti disperati. Ma che è successo? Mi avvio un po’ allarmato verso il punto da dove ora giungono gemiti e commenti di compianto.
Una donna mi viene incontro: “E’ successo che il gatto ha mangiato il pappagallo di Marianna. Ci vada: non c’è verso di consolarla”.
Questo non fa parte delle opere di misericordia, ma ci vado lo stes-so. Quello non era un pappagallo qualunque. Marianna lo aveva ere-ditato da una certa Genoveffa, morta all’età di 95 anni. Quanto all’età del pappagallo nessuno conosceva il millesimo della nascita: sta il fatto che si chiamava “Cavur”. Cavur sapeva pronunciare ben tre parole: Genoveffa, Avanti e Buonanotte.
Marianna sembra ora gradire la mia partecipazione al suo dolore per la grave perdita, ma si capisce che ha gran voglia di sfogarsi: “Ah, è venuto anche lei sor Proposto. Ma lo vuol sapere com’è andata? Ero su a far la camera, quando ho sentito un gran tramestio che veniva da qui sotto. Ma poi ho sentito Cavur dire qualcosa e, lì per lì, non me ne sono data pensiero. Quando però sono scesa, ho trovato la gruccia in terra, la catenina d’ottone con l’anellino vuoto, e lui no. Il gatto, da una parte, si leccava i baffi. Quel mascalzone! E dire che l’avevo raccattato dalla strada questo gattaccio nero. Ma me ne ero accorta che lo puntava, lo puntava, quel delinquente!”
“Ma è un gatto!”, fò io, tanto per riportare l’evento sul piano della realtà.
“Quel gatto è la mia disperazione, altro che storie! Non è come tutti gli altri gatti. Lo sa che una volta mi ha mangiato tre salsicce con lo spago e tutto? Un’altra volta, ascolti quello che è successo, bussano alla porta; Cavur fece: “Avanti!”. Io andai ad aprire e mi trattenni un po’. Quando ritornai, mi accorsi che aveva mangiato due braciole inovate e impanate. In questi giorni ha attentato anche al pesce; dopo aver tuffato una zampa dentro il vaso, s’è messo a leccare l’acqua con l’intenzione di berla a poco a poco e di mangiare il pesce asciutto, quel birbante!”
Mi viene quasi da ridere ripensando alla fine del pappagallo. Questo impareggiabile maestro di sfrontatezza in tante barzellette è stato pari alla sua fama anche sul punto di morte: pare che quando il gatto gli è balzato addosso abbia detto: “Buonanotte”. Queste sarebbero state le sue ultime parole.
Marianna crede di leggere il mio sorriso come una disponibilità ad aiutarla. “Questo gattaccio nero bisogna che lo pigli lei! Se non me lo leva di torno, cerco qualcuno che l’ammazzi con una fucilata. Ma chi l’ammazza un gatto nero? Porta male! Via lo prenda lei, sor Propo-sto!”.
Lo guardo: quello non è un gatto; è un riassunto di una pantera!
Ma, dato il colore, mi sento un po’ solidale con lui.
Ora è qui con me, in canonica, e non posso negare che mi fa compagnia. Si è affezionato davvero. Per i balzi che è capace di fare l’ho chiamato Zoff. Dino per gli amici.
Talvolta, quando mi si aggomitola vicino, mi trovo a domandarmi che fine avranno fatto le parole che ha ingoiato insieme al pappagallo e allora gli sussurro all’orecchio: “Genoveffa”. Lui apre un occhio mantenendo l’altro chiuso; deve essere un modo per strizzare l’occhio.
Marianna, quando mi trova, non può fare a meno di chiedere infor-mazioni su quel “birbante” e io gli rispondo: “E’ un gran gatto: non gli manca altro che la parola!”
.

L.M.

Il ritorno di Burenca

Avevo letto nelle note parrocchiali di Faggeto che, da questi parti, qualche decina di anni fa, è vissuto un certo Burenca.
Quando suo padre, che si chiamava Doriano, serrò gli occhi, Bu-renca si decise: lasciata l’abitazione in località “Casotti”, andò a vive-re nella pineta di Cecina; qui costruì proprio con le sue mani una ca-setta, un po’ grotta un po’ capanna: quella che ad oggi esiste ancora con nome di “casotto di Burenca”. Quando la gita toccava alla zona di Cecina, i ragazzi che mi accompagnavano per la benedizione delle case non potevano fare a meno di domandarmi di questo Burenca. Raccontavano che la gente lo considerava una specie di stregone, ma di quelli bravi davvero… Ci andavano persone che si sentivano inquiete e pensavano di essere un po’ spiritate… poi andavano da lui quelli che non avevano malattie “precise” (come quando il dottore dice: qui non ci capisco niente).
“E ci andava davvero parecchia gente?”.
“Eccome! Dicono che gli portavano d’ogni cosa un po’: polli, piccioni, nane, fagiani e perfino qualche lepre… Questo ve lo ga-rantisco: se Burenca è morto, non è morto di sicuro di fame!”
Proprio in questi giorni è corsa voce che un individuo sarebbe ve-nuto a pigliare il posto di Burenca e si troverebbe proprio nel suo “casotto”. Quasi quasi non ci credevo, anche perché il libro che ado-prava Burenca per le benedizioni l’avranno cercato in mille ma nessu-no l’ha trovato. Sarà qualcuno in cassa integrazione che è venuto a passare qualche ora in campagna. Però guardando per caso da quella parte, o non ho visto spuntare dalla capanna proprio un fil di fumo? Qua gatta ci cova!
C’è in parrocchia uno che vuole fare il furbo e vuole sfuttare il buon avviamento lasciato da Burenca.
Cerco di tranquillizzarmi pensando tra me e me: “Se son rose fiori-ranno”. Infatti rileggendo le note di Faggeto avevo appreso quello che secondo me risultava un punto debole per uno che avesse voluto fare proprio come Burenca: per fare le sue benedizioni Burenca veniva a “rubare” l’acqua santa in Chiesa. Allora questo tizio avrebbe dovuto venire allo scoperto. Si trattava di gattonarlo e di aspettarlo al varco…
Ed ecco che la sera di domenica, sull’imbrunire, mentre mi trovo seduto sulla panca del coro… chi ti vedo arrivare? Una figura scura scura con un gran mantello nero mezzo avvolto sulle spalle. Va verso la pila dell’acqua santa… tira fuori un fiaschettino; ci infila un imbuto e tuffando un misurino di quelli che servivano per il latte comincia a mescere…
“Fermo là!”.
“Che c’è?”, fa lui fingendo di essere sorpreso, come se dicesse:
“Ma tu che c’entri?”.
“Ti ci ho preso, eh? Ho capito: tu vuoi fare come Burenca che ve-niva a rubare l’acqua santa?”. “Rubare? Ma di chi è l’acqua santa?”
“L’acqua santa, la fa il prete per la gente che viene regolarmente in Chiesa”.
“Va bene: l’acqua santa l’hai fatta tu e lo riconosco; è per questo che la vengo a prendere qui. Una volta benedetta, l’acqua è di chi la piglia. Questa la piglio io e ora è mia. Ma dove è scritto che chi piglia l’acqua santa fa un furto?”.
Mentre parla continua a lavorare col suo misurino d’alluminio. Ora che l’ho preso in flagrante, non posso mollare, ma riconosco dentro di me che neanche nel vecchio Codice esiste una norma che proibisca una cosa del genere: non è proprio previsto. Che questo nuovo Buren-ca sia uno che la sa lunga sulle nostre cose? Decido di avvicinarmi per vedere bene in faccia l’individuo con cui ho a che fare.
Come per assecondare la mia intenzione di studiarlo da vicino, l’uomo con mantello esce di chiesa e si sofferma sul gradone di pietra. Meglio: così posso osservarlo bene e scambiare con lui qualche paro-la.
E’ un tipo sulla cinquantina. Capelli neri brizzolati di bianco; la barba, che sale sopra le gote, si unisce con i baffi a circondare i labbroni avvinati. Ciò che colpisce più in lui è quello sguardo simpa-ticamente truce che parte da due cerchi neri neri disegnati su due palle bianche e lucenti come la porcellana; le sopracciglia, massicce e sfrangiate, sembrano le ali di un uccellaccio. Il mantello ha come fer-magli due borchie d’ottone con le teste di due leoni che mordono una catena dello stesso metallo. Giubba e calzoni, di velluto ben scanalato, hanno il colore dell’antracite. Noto che, invece di una normale cintu-ra, porta ai fianchi una fusciacca scura; questo particolare, insieme ai pantaloni alla zuava lo fanno sembrare un carbonaro vestito alla gari-baldina.
“Dunque…”, incomincio, manifestando l’intenzione di pigliare il gioco in mano.
“Dunque…”, ripete lui, dandomi uno sguardo traverso e accennando ad un sorriso, quanto basta per mostrami dei denti solidi e ben alline-ati.
“Come ti chiami?”
“Il mio nome è Burenca”. Scandisce con una certa enfasi le ultime sillabe.
“Lo sai bene: Branca è morto da mezzo secolo. Però ho capito: sei uno che intende pigliare il suo posto!”
“Tu ci hai dato dentro! Ora te la fo io una domanda: a te, che te n’importa?”
“Io sono il pastore delle pecore ed anche dei montoni; me ne devo occupare per forza. Mi dici cosa adopri per… dare l’acquasanta alla gente?”
Ho accompagnato la domanda con il gesto di aspergere.
“Con cosa la schizzo? Adopro un mazzettino di ramerino”.
“Proprio come Burenca! Allora sei riuscito a trovare il suo libro delle benedizioni!”
“Senza quello non avrei mai e poi mai incominciato questo mesti-ere”.
“Ho capito: per te questo sarebbe un mestiere! Approfittare della povera gente dando ad intendere che puoi guarirla da tutti i malanni”.
“Ma lo vuoi capire o non lo vuoi capire che le persone vengono da me senza che io le chiami? La vedi la differenza: tu le chiami in chiesa e non ti ci vengono. Da me ci vengono e mi portano d’ogni cosa un po’. Io ci so fare e tu no! Tu mi invidi, tu mi invidi e basta”.
“Sta sicuro che non mi passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea di rubarti il mestiere! Invece sei tu che vieni qui per rubarmi l’acquasanta”.
“Ma se io adopro quest’acqua benedetta invece della semplice acqua piovana, che male fo? Tu mi devi dire che male c’è!”
Questo Burenca è un osso duro. Cerco di fargli capire che non bisogna illudere la propria gente.
“E chi illude la povera gente? Vengono da me persone (anche la moglie d’un dottore è venuta da me) che sono in pena e ritornano sollevate. Vengono con dei malori che il medico non sa curare e, con me, si sentono meglio”.
Non c’è verso: non ci si fa. Decido di lasciarlo partire senza levargli il fiasco dell’acqua.
“Burenca, s’è fatto tardi e tu non hai il lanternino per farti lume.
Ti do la buonanotte”.
“Buonanotte anche a te! E non te la pigliare per quello che t’ho detto. Per ritornare al casotto c’è un po’ di luna: mi basta”.
E’ sparito come sparisce un gatto nero nella notte.
Non era passata una settimana dal nostro incontro, quando ho trovato una sorpresa: attaccata al battente di casa e, avvolta in una grossa busta, ho trovato una mezza nana con un biglietto firmato da Burenca.
Questo fatto, che rappresentava una specie di partecipazione agli utili, ha prodotto in me un problema morale. Baratto tra una cosa sacra ed una profana? Sarebbe simonia! Ma io non avevo pensato a questo quando gli ho lasciato l’acquasanta e forse nemmeno Burenca.
Come fare? Potrei consultare quelli della Curia; ma, se mi presento con la nana, va a finire che per tranquillizzarmi, mi propongono di mangiarselo loro.
Decido di consultare l’Artusi. L’ho messa in tegame con un battuto di cipolla, prezzemolo e carote, pomodori pelati, più una scorza di limone. Al momento di versare il vino bianco ho tolto l’umido per condire la pastasciutta.
E’ venuta bona!

L.M.

Celebrazioni parrocchiali

La processione

Anche quest’anno c’è stata la processione di Santa Lucia. Nel giorno più corto che ci sia, una tradizione che dura da diversi secoli stabilisce che si faccia questa processione in onore della Santa della vista. Si sa come succede: la gente è poca di suo; gli uomini che stiano alla stanga per portare la statua si trovano male; lo stendardo è peso. Quei pochi che si presentano vorrebbero tenere i lampioni.
Alcuni mi chiedono di fare i mazzieri. Ma di che ne me fo dei mazzieri che dovrebbero tenere l’ordine, se è manna se si arriva a fare una processione di una ventina di metri? Senza cambi, bisogna accorciare il tragitto: è venuta una cosa fatta in casa.
C’era della gente che stava a guardare con divertita curiosità.

Cronache parrocchiali

Tutto il popolo alla festa. La chiesa gremita. La parola del predica-tore avvincente. L’esecuzione musicale della corale? Magistrale! La processione ordinata (neanche uno strappo!), tra due ali di folla composta e raccolta (questo non ci credo!).
L’accompagnamento della premiata filarmonica locale veramente accordato con la voce del popolo (anche se gli inni sembravano diventati marce funebri).
E infine i deliziosi cantuccini preparati dalle suore, andati letteralmente a ruba! Leggo anche se il Vescovo è stato accolto con un “fresco” omaggio floreale presentato da una bambina e che subito dopo ha ricevuto un “caldo” indirizzo (non so perché si dica così) da un certo presidente: da qui si capisce che gliene hanno voluta dare una fresca e una calda. Così il parroco si rivela tanto efficiente e zelante da far tentennare qualche cattedra episcopale ancora vagante…
Con tutte queste feste, sempre ben riuscite, sembrerebbe che il popolo sia passato tutto dalla parte del prete.
Però, quando uno va a vedere i risultati delle elezioni…, ci si accorge che, anche lì, gli altri… aumentano e i nostri… scemano.


L.M.


6 Gennaio 1985

Letterine di Natale

Presepe in chiesa
Proprio in occasione delle feste natalizie mi sono trovato con una parte della Chiesa completamente scoperchiata. Il tetto della Cappella della Madonna del Carmine è crollato sulla volta a vela; ora tutto è a terra in un brutto miscuglio di travi, correnti, tegoli, embrici, mezzane e croste d’intonaco. Il vento, le piogge, aggiunti ai guai dei tempi pas-sati, hanno combinato questo disastro proprio nella zona dove ero so-lito piazzare il presepe. Essendo rimasto sdubbiato, al vangelo di do-menica ho detto semplicemente: “Quest’anno il presepe non si fa. Come vedete ci siamo dentro”.
Ma poi ho rivisto nella cassetta di legno i pastori ancora chiusi nel loro sonno di gesso e ho pensato, questo ho pensato, che avevano bi-sogno che qualcuno li svegliasse ancora una volta. Così ho piazzato i personaggi sopra un pancale da concia sotto l’arco, non lontano dal mucchio di macerie.
Stanotte ho visto vere, fulgidissime stelle brillare su questo presepe. Nel mezzo della notte e del silenzio… A volte i silenzi hanno racconti di storie molto lontane.

Per Lucia
Nessuno, qui a Faggeto, conosce il tuo indirizzo preciso, dal giorno che sei partita col tuo sacco blu sulle spalle dicendo che per te era arri-vato il momento di cambiare vita. Vuol dire che proveremo ad affida-re questo messaggio al vento, che un cursore capace di valicare tutte le frontiere. E’ arrivata voce che ti trovi in una spiaggia dell’India, dove, con altri compagni ed altre compagne, fai esperienze fuori dal comune. Certamente: fuori del Comune. Pare che la roba che ti serve per entrare nei sogni, lì, si trovi a buon prezzo. Noi, qui a Faggeto, siamo rimasti un pò indietro, e non arriveremo mai a capire perché uno abbia bisogno di fare questi viaggi che portano così lontano, lontano da tutti; ma gli auguri te li mandiamo lo stesso.
E se un giorno tu decidessi di ritornare a Faggeto col tuo sacco blu sulle spalle, che credi? Che non ti si accoglierebbe con un abbraccio? Perché tu, per noi, sarai sempre la nostra Lucia.

Per Sandro
Auguri anche a te, Sandro, che sei andato all’ospedale perché ti sentivi un gran peso sullo stomaco ed eri sicuro di riessere a casa per le Feste. Invece i dottori ti hanno detto che bisognava trattenerti per qualche settimana per vedere se ti trovavano una cura adatta. Allora ti hanno portato da casa un televisorino in bianco e nero perché tu possa seguire le partite di coppa della tua Juventus.
Auguri per la tua Juventus… anche se io sono per la Fiorentina.

Per Massimo
Auguri anche per te, Massimo, che hai fatto, si può dire, il passo più lungo della gamba. Saltando quel fosso, sei caduto male ed ora ti trovi in un lettino bianco con la gamba ingessata.
Tu stai passando il tuo bianco Natale all’ospedale e so che te ne dis-piace, nonostante il tuo comodino sia carico come un “tir” di pacchi e pacchettini. Mi domandavi dei tuoi amici mentre ti stavo sbucciando un’arancia e all’improvviso i tuoi occhi si sono riempiti di lacrime; ma era perché le bucce d’arancia schizzano un po’ e allora fanno frizzare gli occhi più delle cipolle, non è vero?

L.M.

Un caso strano

Cinque o sei colpi al battente della porta e una lunga trillata del campanello. Ci vuol poco a capire che è una cosa urgente. Apro e mi
affaccio. Li riconosco: sono due parrocchiani. Senza neanche entrare, mi fanno: “Biagio, il nostro babbo, è morto. Un’influenzaccia quella, per gente vecchia come lui. Sembrava migliorato e dava da sperare, ma, si vede, era il miglioramento della morte. Dopo aver preso lo sciroppo, ha iniziato a boccheggiare. Poi si è assopito un po’. Respirava sempre più rado, sempre più rado. Dopo che ha dato l’ulti-mo respiro, è rimasto lì morto e duro. Lo troverà ancora caldo, perchè
è successo un’ora fa. Le donne ora lo stanno vestendo e noi si va di corsa in paese per il manifesto, il dottore sanitario e il custode:; domani è festa e bisogna anticiparci”.
Mentre in fretta e furia risalgono in automobile, uno di loro faceva questo commento: “Non perché era nostro padre, ma era veramente un galantuomo. Arrivederci a dopo, sor Priore!”.
Povero Biagio, ottant’anni erano troppi anche per te, che sembravi forte e sano come un sorbo; però, non c’è che dire, questi figlioli, che hai lasciato, non hanno intenzione di perder tempo per assicurarti una degna sepoltura. Andiamo a benedire la salma!
Già prima di entrare, la casa di Biagio mi fece l’impressione di un formicaio scoperchiato: attraverso la porta spalancata si potevano ve-dere le donne correre su e giù per le scale come se non avessero
requie.
“Sor Priore, sor Priore, sapesse che è successo!”
“Lo so, lo so, sennò non sarei qui; come vedete con la stola e con la cotta in mano!”
Una mi prende il braccio: “Macchè, lei non sa nulla! Ha ripreso, ha ripreso!”. L’altra continua: “Noi si stava infilandogli la giacchetta, quando ha avuto come uno scossone, poi, ad uno ad uno, ha aperto tutti e due gli occhi, ha sbadigliato, e all’improvviso ha detto: “Mi dite che ci state a fare qui?”. In un discorso corto, Biagio è rinvivito!”. Invito le donne alla calma e salgo. Per la verità, Biagio si presentava in ottime condizioni. Altro che caldo! Non era mai stato vivo e vegeto come allora: camicia bianca di bucato, panciotto un po’ sbottonato, cravatta allentata. Sembrava un giovanottino che va a ballare. Ora stava bevendo una bella tazza di caffellatte. Disse subito: “O lei, sor Priore, che gira da queste parti?”. Siccome non ero preparato a questa domanda, non trovai altra risposta che questa: “Passavo di qui…”.
Ad un certo punto arriva un visitatore e domanda piano piano: “Ma il morto dov’è?”. Qualcuno gli fa: “Sta zitto! Non lo vedi che sta parlando con il Priore?”.
Scendo giù e cerco di confortare le donne che tremano come vettrici: “Se non avete avuto paura quando vi è sembrato che morisse, non dovete impaurirvi nemmeno a vedere che ritorna in vita. Andate piuttosto a dire a quelli del Comune che sfissino il manifesto e la cassa; se quello di sù la vede arrivare, è capace di randellarvela sul groppone!”.
Quelle stavano a parlare con il dottore: “Di già che c’è, gli ordini qualcosa!”. E il dottore: “Ma che volete che gli ordini che sta meglio di me? Voglio dire di voi. Non l’avete sentito che ha chiesto il caffellatte e una fetta di pane?”. Il barbiere da parte continuava a domandare: “Ma allora, questa barba, gliela fo o non gliela fo?”.
Ripresi le mie cose e feci ritorno in canonica. Fatti del genere non succedono tutti i giorni. Ma che persona simpatica questo Biagio!
E così quando alla fine dell’anno mi troverò a fare il resoconto, dovrò scrivere: Nati:cinque. Morti: tre. Risuscitati: uno.

15 Maggio 1983

Credenze popolari

Ci sono espressioni che riflettono un oscuro senso di paura. Un fatto diventa segno e funziona da messaggio di un evento imminente. La gente dice semplicemente: “E’ un segno male!” (bisogna notare la forza incisiva di questa espressione). Esiste anche: “Porta bene o porta male”. Ma andiamo avanti passando in rassegna alcuni incentivi occasionali per un presagio funesto o negativo.
Il verso della civetta: “è un segno male” (preannuncia dei lutti in famiglia). Anche quando il cane ulula come un lupo e non abbaia “a cane” (come sarebbe naturale), c’è da aspettarci qualcosa di brutto.
Ho raccolto da queste parti un curioso proverbio che dice: “Quando la gallina canta, la famiglia o cresce o manca”. S’intende dire che quando la gallina si trova a cantare (come il gallo) la famiglia o crescerà per una nascita, o diminuirà per un lutto.
Poi c’è la faccenda dell’ “Orologio di San Pasquale”. Dice il proverbio: “Orologio di San Pasquale..o bene bene, o male male”. Ma cos’è questo misterioso orologio? C’è gente disposta a giurare di averlo sentito veramente. Dicono che si avverte, per lo più di notte, lungo una parete, all’improvviso. Smette e poi ricomincia. E’ un tintinnio garrulo, quasi canzonatorio. Questo aumenta il brivido, invece di diminuirlo. Il suono, ritmato sulle pulsazioni del cuore di chi ascolta, reca allarme e ansietà per la duplice ambiguità del messaggio: che cosa succederà e a chi succederà?

L’ACQUA DEL TORRENTE

Si conserva traccia di alcune formule di esorcismo e di sortilegio popolare, atte ad allontanare l’effetto negativo e a rimuovere così la paura. Uno che si trova sulla riva di un torrente, prima di dissetarsi portando le mani “a giumella” verso le labbra, diceva: “Acqua corrente/ la beve il serpente/ la beve Dio/ la posso beve anch’io”. Il timore che l’acqua potesse essere infetta veniva di fatto debellato attraverso un rito propiziatorio che intendeva coinvolgere il Creatore con la sorte della creatura. C’è ancora di più: il gesto pensionale a vincere la nativa paura per il serpente nell’idea sottintesa che “tutte le bocche son sorelle”.
La paura acquista concretezza emblematica nell’immagine che si proponeva al bambino del “Bubbo”, dell’ “omo nero” e del “lupo mannaro”. Cercherei la chiave di questa denominazione ricorrente nella parola “mannaia”. Mannaro è chi usa la mannaia, il boia incappucciato, insomma.
Il bambino ha istintiva paura del buio, anche nella notte, dunque. La stelle e la luna sono il tramite attraverso il quale è chiamato a vincere questa paura. Egli impara a cantare: “Vedo la luna/ vedo le stelle/ vedo Caino che fa le frittelle./ Vedo la luna affaccendata/ vedo Caino che fa la frittata”. A Giugno il bambino può correre di notte cantando: “Lucciola lucciola/ vien da me/ che ti do il pan del re/ pan del re e della regina/ lucciola lucciola vien vicina”. Fermiamoci a considerare la forza poetica di quell’invocazione, cantata nell’età in cui uno poteva pensare che le lucciole fossero stelle un po’ più vicine, e le stelle lucciole un po’ più lontane.

I ragazzi dell’Acquasanta

Il ricordo della benedizione delle case è affidato agli annali di que-sto piccolo e quasi introvabile borgo campestre che ha nome Faggeto; ma, ancora di più, esso rimane fisso nella memoria di tutti i ragazzi che hanno indossato le piccole tuniche per accompagnare il prete in questo fantastico itinerario.
A distanza di anni rammentano questo evento come una esperienza che vorrebbero tornare a rivivere ancora.
Prima di partire si suona un doppietto… scempio, come per annun-ciare: “Non è proprio festa perché siamo ancora dentro la Quaresima; ma se non è proprio festa, siamo lì. Preparate tutto perché si arriva noi!”
Prima di partire per la spedizione si dice una preghiera, ci si accerta che non manchi nulla: il canestro con la paglia in fondo per salvare le uova, i foglietti da lasciare alle famiglie, il secchiello…
“E il pennello?”. “Si dice aspersorio, chiorbone!”
Nella cinquecento c’entriamo in cinque; quando ci vedono sbarcare davanti all’uscio, rimangono meravigliati di quanta roba può contene-re quest’uovo: anche questo fa parte della sorpresa.
In genere in ragazzi non sono abituati a far complimenti quando ve-dono un vassoio di frù frù o altra roba da mettere sotto i denti.
Trovo che quelli di prima schiccheravano di più e allora dovevo badarli perché non ritornassero a casa un po’ brilli; ora preferiscono spume e roba di lattine e si divertono a farmi scomparire quando un offrono un bicchierino: “Ha già bevuto abbastanza… Gli farebbe male… Lui deve guidare…”
Lo dicono con convincenti sguardi d’intesa a chiunque apra una bottiglia; poi, in macchina, si sganasciano dalle risa, quei mascalzoni.
Per il resto si comportano bene; sembrano “sanluigini” quando ris-pondono alle formule delle benedizione; tengono sempre aggiornato il numero delle uova: “Ancora sei e siamo a dieci dozzine!”. A loro pia-ce andare a far ova, almeno così dicono.
Crinali di Collina… Notiamo i primi comizi di fiori; il volo del mer-lo… le grandi conchiglie fossili. E questa è la casa di un vecchio soli-tario che parlava solo in poesia. Nelle case osservano persone, animali e cose: le riflessioni vengono fuori quando siamo in macchina. Io rac-conto delle cortissime storie: “Volete una vera storia inventata o che v’inventi una storia vera?”.
Si arriva all’ultima tappa. E’ fissato che lì si fa una merenda che, quasi quasi, è una cena: pane, rigatino, salame e altre cosette appeti-tose. Il fiasco è nel mezzo. Noi siamo serviti e riveriti. Questo vino ci rende ancora più allegri. Ora non si devono più sciabordoni, gasati. “Forza ragazzi: alzate i bicchieri anche voi, tanto guido io!”

Il calderotto

Come arrivò a casa, si fece portare una seggiola e si mise subito al suo posto di capotavola. Siccome era parecchio agitato, pensò che prima di tutto bisognava dare un po’ di calma a tutti gli altri.
“State calmi”, disse e con la destra si toccava il dorso della sinistra come per accarezzare quelle vecchie vene, “..e non vi montate la testa!”. Uno trova un calderotto tra le radici di un olivo vecchio e subito va a pensare ad un tesoro lasciato lì dagli altri Etruschi magari. Potrebbe essere pieno anche di niente, essere pieno d’aria e allora ci sarebbe da rimanere a bocca amara. Qui bisogna essere preparati a tutto. Certo, non ci sarebbe da meravigliarsi se io, nell’aprire questo benedetto calderotto scoperto nella mia terra, ci trovassi dentro qualcosa di grosso. Gente che se ne intende più di noi ha sempre detto che questa è zona di etruschi e loro erano persone che pensavano a tutto e hanno sempre sistemato le cose per il bene dei loro discendenti. Non sarebbe la prima volta che uno dei loro discendenti, come potrei essere io, diventa ricco per via di loro.
Se io mi sono mosso dall’ospedale, una ragione c’è. Dunque decidiamo. Natale, è meglio che vada sul posto e non si muova di lì a meno che uno non vada a dargli il cambio. Per levarlo da dov’è, ci ho ripensato: è meglio aspettare a notte fonda prima di tirare fuori questo calzerotto. Se non c’è niente dentro, non se ne accorge nessuno: non vorrei che qualcuno ridesse alle nostre spalle: “Che credevano di trovarci dentro? Un tesoro?”. Se poi c’è roba, se c’è quello che m’intendo io, allora sì che è importante che non venga a saperlo nessuno.
Sì versò mezzo bicchiere di vino; lo bevve e si asciugò la bazza col rovescio della mano, poi dette una guardata al focarile. “Massaia, m’hanno detto che hai ammazzato il conigliolo”, disse alla nuora, “fammelo in umido e con il sugo mi farai una bella pastasciutta. All’ospedale mi sono levato la voglia di pollo lesso, di polpette e di minestrine in bianco. Mettiti al lavoro, sposa, e smettila di pensare a questo calzerotto!”.
Volle la sedia a sdraio e si sistemò nella loggia verso la parte del tramonto. Le giornate erano allungate; il sole non si decideva a calare. Ogni tanto, senza voltarsi, si rivolgeva alla nuora che aggeggiava attorno ai fornelli: “Rosa, stai calma. Non ti far prendere dalla furia di sapere cosa c’è dentro quel coso. Secoli e secoli è rimasto lì e ora è questione di ore!”.
Finalmente venne il tramonto. Era tutto un miscuglio di colori; non ne mancava uno: verde, turchino, lilla, rosso, arancione, giallo. Il colore che comandava di più era il vinaccia e questo gli faceva pensare alla vendemmia. Ora il sole brillava come brilla il rame nuovo quando è illuminato dalla fiamma. Il cielo laggiù gli pareva un angolo di una fonderia dove un fabbro fondeva per lui una specie di calderotto. Nell’aria comparivano delle scintille che invece di andare in cenere brillavano sempre di più. Sentiì dentro di sé battere la vena profonda della poesia. In quel momento invidiò tutti i poeti che non avendo da far nulla, hanno tutto il tempo di stare a guardare queste cose. Un odorino, malandrino di salvia e di pomodoro cotto arrivò al suo naso. Nel tirarlo su dette un sospiro profondo. “La cena è pronta!”, disse tra se portandosi verso la tavola, “e io, Aristarco, sono pronto! Una sera come queste ne capita una ogni cent’anni! Penso che siano stati gli Etruschi a lasciare questo calderotto. A distanza di secoli e secoli il rame non esisterebbe più e poi un recipiente del genere al massimo poteva essere usato nel Medio Evo!”.
Il vecchio lo guardò torvo: “Senti un po’, bambina, nel Medio Evo c’erano o non c’erano i Ghibellini? Chi ci stava qui prima di loro?”
“Discendevano dagli Etruschi”
“Lo vedi che è la stessa cosa? Pagherei a sapere perché ti mandano a scuola! O Etrusco o Ghibellino, un coso trovato tra le barbe di un ulivo, che ha più di un secolo, la sua importanza la deve avere!”.
Continuò a guardare la ragazza sgranando il suo sorriso di porcellana, soddisfatto d’aver tappato la bocca alla nipote mezza ragioniera. A questo punto, incoraggiato dalla figuraccia che aveva fatta la cugina, si fece avanti Cencio: “Nonno, qui non si fa altro che dire: il calderotto che s’è trovato… il calderotto che s’è scoperto… ma se non c’ero io a scuotere la terra che c’era sopra, a quest’ora non sarei qui a ragionare!”.
“Se ci sarà qualcosa dentro, non avrai da lamentarti. Ho pensato anche a questo. Ti si manda a ripetizione, così tu pigli il diploma di quinta. Ci sono tante maestrine in giro che non fanno niente… Ti si amnda a ripetizione privata!”.
“Io a ripetizione, non ci vò volentieri!”
“Tu Cencio non ragioni! E’ per questo che tu devi studiare, per vedere se tu ti spinconisci un po’. Non lo vedi che i signori ci hanno anche il fucile a ripetizione? Uno va alla lepre e gli s’alza il fagiano. Il primo colpo lo padella perché, lì per lì, non sa a chi tirare. Il secondo sbaglia perché c’è rimasto male. Quello che ha cinque colpi nel fucile si impappina di meno e li stende tutti e due, te lo dico io!”.
Luisa era una ragazza riflessiva e voleva far capire che a scuola qualcosa aveva imparato: “Nell’evenienza che dentro ci trovino delle monete, bisognerà tener presente che il valore numismatico è molto superiore al valore del metallo con cui sono state fatte”.
“Che intendi dire con il valore numismatico? Con me cerca di parlare chiaro!”.
“E’ il valore che ha per il collezionista che le ricerca”
“Anche a questo ci avevo già pensato. In tutte le maniere bisognerà trovare uno che se ne intenda; gli si dà un tanto e lui deve star zitto con gli altri”
“Bisognerà trovare un amatore”
“Chi bisognerà trovare?”
“Un amatore, cioè uno interessato all’acquisto per arricchire la propria collezione…”
“Luisa, non venirmi a parlare di amatore… si dice passionista! Ma qui si sta a parlare di tesori e loro non arrivano; è meglio che mi affacci alla finestra…”
Pasquale e Natale stavano ormai infilando nel sacco di plastica il calderotto. C’era una luna tenera in cielo. Bianca bianca e ben affilata, dava l’idea di un sorriso arguto e cortese, di quelli che non fanno rumore. La sua luca non faceva impallidire le stelle che erano mugolo intorno a lei. Scintillavano e parevano gemme rovesciate da un immenso forziere, proprio come nelle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare.
Aristarco era alla finestra: ora la pila mandava dei piccoli lampi a terra. Capì che il calderotto veniva verso di lui. Quel mistero, che prima lo aveva tanto esaltato, ora gli veniva incontro come una sfida del coraggio che occorreva per scoprirlo. Sentì una grande emozione e fu preso da un tremito che lo costrinse a serrare la mandibola contro la ganascia perché la dentiera non facesse rumore. Per farselo passare si sciacquò la bocca con mezzo bicchiere di vino. Ed ecco i figlioli con il calzerotto. Come fu messo sulla tavola dondolò sul fondo concavo, dando una scrollatine allegra e un po’ bizzarra. Aristarco lo fermò con un abbraccio e, chinandosi un po’, ci appoggiò il capo di fianco, come per ascoltare in quel silenzio di una cosa riservata solo a lui.
Poi ficcò il dito nell’anello di rame che stava in mezzo al coperchio, ma lì per lì, non gli riuscì aprirlo: “Non viene! Che aspettate a portarmi la coltella?”. Con quell’arnese in mano cominciò a dargli di punta, di taglio, di rovescio e anche di manico, con tocchettini misurati fino a che il tappo si arrese. Il calderotto appariva coperto fino all’orlo di una roba gialla e compatta: “E’ terra”, disse Aristarco e con la punta della lama continuò a zappettare un po’ più a fondo e anche questa è terra. Ad un certo agguantò il calderotto dalla pancia.
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Con il passare del tempo, della cosa se ne parlò sempre di meno; quando qualcuno, sia pure di sgancio, toccava l’argomento, Aristarco continuava a ripetere che la colpa non era degli Etruschi, né dei Ghibellini, ma di quei mascalzoni che erano arrivati prima.
L’unico che in questa faccenda sembrò guadagnarci fu Cencio. Suo nonno non era diventato ricco; in compenso lui non andò a ripetizione. Il calderotto, sciupato dalla ruggine, non fu tolto di mezzo e non fu nemmeno venduto a qualche cenciaiolo; ma si vede che il suo destino era quello di essere riempito di terra: ci fu seminato il prezzemolo che viene su bene.
Ora si trova sul davanzale della loggia dove batte il sole, tra una scatolone di latta che ha il sedano al posto del tonno nostrale ed un vaso da notte tutto sbeccato dove cresce il basilico che spande un grand’odore intorno.
Quando ha bisogno di un po’ di prezzemolo, la massaia va a prenderlo dal calderotto e lo strappa decisa. Si vede che la fa a spregio.

29 Maggio 1983

Proverbi e detti locali

COSA SOGNA IL CIRO

La Toscana, si sa, è terra dove i detti e i proverbi vengon su come i papaveri e la gramigna: nessuno sa chi li ha seminati eppure te li trovi davanti ad ogni passo. Chi ha inventato “c’è beppino sul canapè” o “chiudere la stalla quando sono sparati i buoi” ?
Nella ricerca di espressioni di queste parti non ci troviamo di fronte ad un campo, ma ad una boscaglia, e dico di essere il primo a tracciare in essa un sentiero è soltanto per ammettere che chi lo facesse dopo di me lo farebbe sicuramente meglio di me, evitando almeno certe inesattezze e certe lacune. Prenderò come criterio di appropriazione di una espressione il riferimento locale che compare in essa.

QUANDO FRANA LA ROCCA

“A San Miniato, o piove, o tira vento, o suona a morto”.
Presentazione cattiva che appartiene alla linguaccia di qualche forestiero maltrattato. “Quando la rocca mette il cappello, samminiatesi pigliate l’ombrello”. Proverbio di ordine meteorologico, costruito, come il precedente, sul calco di altri presenti in altri paesi. Noi abbiamo anche: “La replica le suona il Duomo”. Risposta un po’ insolente ad una domanda un po’ impertinente; equivale a “Paganini non si ripete”. “Il Lorentino fa l’elemosina al Duomo!”. Sottolinea l’assurdo della pretesa di una persona molto facoltosa su un’altra molto povera: infatti il Lorentino è una chiesetta ai piedi della Cattedrale, del tutto sprovvista di entrate e benefici.
Si dice: “Buio come a Sant’Urbano”, con riferimento ad un luogo veramente scarso di luce. Si diceva: “Lungo come la via d’Isola” per indicare una cosa lunga, noiosa, monotona (attualmente è una delle più belle strade del Comune). “Il ciro sogna le ghiande”. Ciro, invece di maiale, è peculiare delle nostre parti. Si vuol dire che i sogni, le aspirazioni e i desideri servono a qualificare la persona che li manifesta; è naturalmente usato in senso dispregiativo.
“Quando frana la rocca”. “Quando fai una cosa bene te, frana la rocca”. Per sottolineare l’inettitudine di qualcuno. Si pensava che la rocca non dovesse franare mai; il detto è caduto perché la rocca è effettivamente franata per le mine dei tedeschi. A proposito della rocca esiste anche una strana filastrocca con il carattere di un gioco. Dopo aver invitato un compagno a guardare verso un posto una cosa che non c’è, si canta in tono beffardo: “Ci ha guardato, ci ha mirato, sulla rocca di San Miniato, c’era un topo lì a sedè: ti ci ho fatto rimanè”.
Appare difficile stabilire quali ninnananne e quali filastrocche abbiano avuto origine dalle nostre parti; ne cito una che, per non essere segnalata da altri repertori toscani, potrebbe essere proprio “nostrale”. La riporto per le giovani mamme sempre in difficoltà per addormentare la loro creatura. Dice così: “In terra ‘un ce n’è, in cielo nemmeno; tara rilla, rilla lero, tara rilla rilla là”. La mamma dice che come il suo bambino non ne esiste, né in cielo né in terra. Si tratta di ripetere i versi fino a che uno dei due si sia addormentato. Forse è ancora una ricetta che funziona. Cullare prima dell’uso.

L.M.

Richiami campestri

Si comincia con gli animali da cortile.
Pulcini: piri, piri!
Galletti e gallettini: chiccheri, chiccheri!
Galline: mime, mime! Oppure: cocche, cocche!
(qui il richiamo diventa più affettivo per la gratitudine che la massaia riserva alla galline che fanno l’uovo).
Anatre: qua, qua! Oppure: ane, ane!
Tacchini: uli, uli! (anche uci, uci!). E per scacciarli? E’ semplice: sciò, sciò!

Per gli animali ad altezza d’anca si trovano per lo più dei nomi propri che vanno nel diminutivo e nel vezzeggiativo. Le pecore vengono chiamate con parole riferite al loro manto (nerina, bianchi-na, toppina, stellina…) e comandate, quando sono in branco, mediante fischi brevi e ripetuti senza smorzatura finale.
Per chiamare la capra, se non ha un nome appropriato, si dice sem-plicemente: bezzera o bezzerina (la parola è denominazione secon-daria di capra ed è usata qui in funzione vocativa).
E’ da notare che dalla nostre parti il maiale venne detto ciro. La voce di richiamo è: cì, cì! Quando si tratta di invitarlo a mettersi in giacca (vale a dire in posizione prona) di dice: gè, gè!
Liì e lèh valgono per la partenza e l’arresto del cavallo, mentre iù è l’incitamento per farlo correre. Il linguaggio comune era impiegato per i bovini addestrati al lavoro dei campi: Vai avanti! Via! Fermati! Poggia! Gira! ecc..

Quanto al gatto, sembra che l’animale abbia assimilato la filosofia di un modello culturale che lo ha imposto in un ruolo di ospite onorato.
I richiami ad esso riservati sono per lo più dolcissimi e connotano la posizione ravvicinata di cui usa e abusa: micio, micino, ciucio, mucia, ciucino, muci ecc..
Per chiamarlo si fanno schioccare le labbra in aspirazione proprio con il suono di un bacio dato a vuoto!

L.M.

Usanze e riti minori

IL RAMO DI ULIVO

Le gelate di quest’inverno hanno fatto bruciare tutti gli ulivi di que-ste colline. Invano Noè attenderebbe il ritorno della colomba con un rametto nel becco. Per la Domenica delle Palme abbiamo rimediato facendoci arrivare dalla Maremma qualche mazzo muscolato alla me-glio. Che non sia un segno dei tempi la scomparsa dell’olivo dalle nostre parti? Venuto a mancare in tante case il bene della pace, è spa-rito da queste colline il simbolo che la rappresentava, Speriamo che d’ora in avanti non succeda che per trovare un po’ di pace bisogni andarla a cercare in Maremma!

L’UOVO PASQUALE

Ogni tanto mi tocca spiegare alla gente che significato abbia bene-dire le uova nella Domenica di Pasqua. E’ proprio il rituale che parla di ricordo della risurrezione. Infatti l’uovo si presenta, né più né me-no, come un sasso. Il pulcino che è dentro lo recide da sé con il becco ed esce fuori dopo aver fatto ribaltare la pietra del suo guscio. Mi pare molto bello che l’immagine della risurrezione trovi un’umile rappre-sentazione in una faccenda che sembrava di stretto interessa delle massaie.
Ne scaturisce un commento piuttosto interessante: anche noi risor-geremo alla vita… almeno se non siamo barlacci.

QUANDO SI SCIOLGONO LE CAMPANE

E’una usanza ancora viva da queste parti che quando si sciolgono le campane si smuove con le dita la terra dei vasi dove sono le piantine delle viole del pensiero. Facendo così, le viole diventano doppie.
Quando suonano le campane del Sabato c’è chi abbraccia gli alberi da frutto perché così daranno più frutta a suo tempo. Una forma di ri-conciliazione con la natura.
All’annuncio della risurrezione in certi posti si levavano le fasce al bambino. Anche lui, come Lazzaro, si liberava dalle bende; così viene da pensare. Ad ogni modo qui si pensa ancora che, se si fa attraversare la strada ad un bambino questo “va ritto prima”. Due riti popolari che annunciano due aspetti importanti di queste festività: Pasqua come liberazione, Pasqua come passaggio.

L.M.